Il blog di Mirella Marabese Pinketts

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Mi presento, mi chiamo Mirella Marabese Pinketts e sono la Presidente dell’Associazione culturale Andrea G. Pinketts.

Benvenuti a tutti voi che darete lievito alle mie parole dove è dominante l’emozione.

Sì, sono la madre di Andrea Pinketts. Al suono di questo nome vedo la maggior parte di voi trasalire. Un nome conosciuto e diffuso. La genialità non è ascoltare, interessati, incuriositi, all’eco di questo messaggio perchè è tale e non è un comunicato.



'La Stampa' del 10 aprile, l’articolo di Simona Sparaco

Oggi, venti aprile, è tempo di doni.

La presenza di Andrea, nel giorno in cui è mancato, è stata compensata anche se io vivo rinnovando ogni mese, il giorno, l’ora in cui la sua assenza vitale si è trasformata nell’immortalità della magia delle parole, degli avvenimenti, degli incontri, che hanno trovato altri lidi, dove terra e cielo si incontrano lasciando nostalgie e rimpianti ma fissati nello spazio-tempo.

Un ammirato stupore, come quando accade un miracolo, è tempo di doni.

Perché tempo di doni?

Ho letto su 'La Stampa' del 10 aprile, l’articolo di Simona Sparaco, una recensione del libro di Enrico Vanzina “Una giornata di nebbia a Milano”, ispirata in parte dall’identificazione di Andrea.

La scrittrice ha colto di Andrea, la cultura, l’intelligenza, la profonda umanità, la dolcezza e il vigore di un uomo che si atteggiava a duro ma che, come disse la Nanda, era un duro dal cuore di meringa. Miracolo, questa frase della Nanda, scaturita da un incontro a trois, che la scrittrice ricorda con tenerezza e che trasmette a me, sua madre, una dolcezza dal tempo perduto, direbbe Proust.

Chi può aiutare Luca in questa missione se non un amico scrittore noir ‘senza convenzioni, con il cuore grosso, grottesco e appassionante’ come Giorgio Finnekens? Quest’anima della notte, che tiene, ‘il sigaro spento tra le labbra’, ama le donne e che, con i suoi ‘ricami mentali’, abbindola e affascina Luca e insieme noi tutti, è un chiaro omaggio a uno dei protagonisti più appassionati e interessanti della Milano letteraria, il compianto Andrea G. Pinketts. Così come un omaggio viene reso anche alla città di Milano, che non è solo nel titolo, ma vive ogni pagina.”

Allora, io mi inorgoglisco e ascolto le parole di questa scrittrice che oggi al telefono mi ha detto queste parole: “Deve essere fiera di suo figlio.” 

Lo sono.

Nei libri di Simona c’è la sensibilità di una donna gentile, appassionata, teneramente consapevole dei drammi della vita. Grazie di essere stata amica di Andrea e di averne colto, nel suo articolo, la grandezza.

Abbraccio, da mamma, Simona, amica di Andrea.

Milano, 20 aprile 2021.

***
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Trovo molto “romantico” continuare a diffondere le opere di un autore come Andrea

Sarebbe per me un autentico privilegio poter collaborare con la Vostra associazione per quanto riguarda la ripubblicazione di un’opera di Andrea Pinketts.

Ho avuto il grande piacere di conoscerlo, intervistarlo, e ospitarlo in un mio album. Come accennato, ci terrei molto non solo per la profonda ammirazione che ho sempre nutrito nei sui confronti, ma anche per regioni di sincero affetto.

Trovo molto “romantico” continuare a diffondere le opere di un autore come Andrea che a mio avviso rappresenta uno degli ultimi veri intellettuali del nostro paese.

Le invierò prossimamente anche le interviste da me realizzate ad Andrea e il file con il suo featuring nel mio album.

In attesa di un Suo cortese riscontro,

Cordiali saluti

Milano, 31 marzo 2021

(Gino Tramontana)

***

Qui, sul mio tavolo, dove regna un pittoresco disordine, troneggia (è il caso di dirlo) una lettera di Gino. Lo chiamo, familiarmente, Gino anche se non lo conosco ma lui conosce mio figlio Andrea e ne parla in un modo che me lo rende subito caro. Sarebbe per me un autentico privilegio spiegare perché troneggia, perché con la sua lettera diretta all’associazione, sento in lei la totale comprensione, l’affetto e il rispetto per la genialità di Andrea.

C’e anche un vaso lungo e sottile incastonato di fiori di cristallo camaleontici. Ospita una camelia bianca. Luccica, è un tripudio di colori, mi illanguidisce, mi suggerisce un verso di D’Annunzio:

“Dite: non foste mai convalescente
in un aprile un po’ velato? È vero
che nulla al mondo, nulla è più soave?”

Questo vasetto è un dono di Andrea che era ricco di pensieri per me.

Al ritorno dai suoi viaggi mi portava le camelie il cui fascino etereo avvolge chi sa vedere, ancora e sempre, un dono che diceva “Ho pensato a qualcosa che ti assomigliasse”. Era una magia tenera, senza limiti, come una carezza.

La camelia bianca fiorisce nel giardino immortale della memoria. Questa carezza di Andrea di cui, se mi ascolto, sento ancora il tepore, la dono, se mi permette, anche a lei, insieme ai ricordi di Andrea e al mio grazie delle sue parole che sento ispirate dalla sua amicizia e dal suo rispetto della nostra nostalgia.

Il mio grazie è per quello che lei ha captato di Andrea e dei progetti per il futuro che rinverdiranno il grigiore velato, come diceva D’Annunzio, di questo aprile.

Anche questo aprile mio è appannato dalla mia malinconia, che ricorda, che ricorda.

Noi dell’associazione ci auguriamo che lei faccia parte di questo nostro desiderio, che si è realizzato, di fare in modo che Andrea sia sempre ricordato per il valore immenso che c’era in lui.

Ci auguriamo di conoscerla presto, di guardarla negli occhi e di ascoltare e di attuare i progetti che potranno venire da lei per rinverdire il ricordo, per creare altri spazi letterari.

Io so sempre dove è Andrea il quattordici dicembre. Passato, presente, futuro.

Un grande scrittore Andrea G. Pinketts, Milano e il “noir”. La “mala” milanese del primo dopoguerra con le edizioni Le Milieu

24/02/2021

I libri delle edizioni “Le milieu” ce li racconta Nicola Erba, un’immersione nelle storie della mala milanese del primo dopoguerra: Il bandito dell’Isola – Ezio Barbieri e “Vita di un bandito” Andrea De Maria (la banda di Via Osoppo. Poi un viaggio “noir” in una Milano trasformata, un trentennio dopo, attraverso la scrittura di un grande autore: Andrea G. Pinketts, fondatore della “Scuola dei duri”. Ne parleremo con lo scrittore Andrea Carlo Cappi ed Elisabetta Friggi dell’Associazione Culturale Andrea G. Pinketts

Ascolta ora!


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Io so sempre dove è Andrea il quattordici dicembre. Passato, presente, futuro. 

Io, non sapevo mai dove fosse Andrea. Lui era uno spirito libero ed io rispettavo la sua scelta anche se questo esserci, o essere altrove, mi angosciava ma non lo dicevo. Era un nottambulo, lo vedevo poco, ma fra noi c’era il filo diretto del telefono. Nel suo entourage sorrideva di questa sua necessità di comunicare con me. Il nostro dialogare era sempre eccitante, pregno dello scambio intellettuale e complice. Lui era un nottambulo, lo sono anch’io una nottambula, perché leggo, perché i libri mi tengono compagnia fino alle due di notte. I libri emanano scintille di cultura e di esperienza.

Dicevo, non sapevo mai dove fosse Andrea. Solo di un giorno sapevo con assoluta certezza, dove lui fosse: il quattordici dicembre di ogni anno Andrea era in quel di Cologno Monzese, a Itineraria, dove parlava dei suoi libri, dei suoi programmi di vita, di tutto quello che preme e urge ai giovani.

Nel dicembre di ogni anno, per molti anni, conobbi i personaggi che animavano e creavano queste riunioni dove l’arte era l’invitata eccelsa. Artisti cresciuti con Dario Fo, Franca Rame, Albertazzi e molti altri, il cui obiettivo di vita era ed è l’impegno sociale.

Itineraria Teatro crebbe e al Teatro Civile si aggiunse la radio, con un compito sociale enorme. Non un divertimento ma un messaggio: stimolare la coscienza, informare, non da semplici spettatori ma con compartecipazione non sterile ma attiva, consapevole, per affrontare e migliorare una realtà più concreta, più vivibile, almeno nella speranza che tutto possa cambiare. E’ il messaggio di Fabrizio De Giovanni, che un Natale di tanti anni fa, fu mio ospite e al quale piacque tanto il nostro desco. Andrea era molto orgoglioso di quello che si chiama compartecipazione. Il tempo è inesorabile, la clessidra compie il suo percorso. Percorso glorioso per Fabrizio De Giovanni che ha collezionato premi prestigiosi, insieme alla sua Compagnia, affiatata e con i medesimi obiettivi: lavorare insieme per un cambiamento che migliori lo stato sociale, che dia a ognuno di noi l’energia di continuare e di crederci fino allo spasimo.

Cito, fra questi, il PRIMO PREMIO nella categoria Teatro di Impegno Sociale e civile sez. DRAMMATURGIA, per il testo “Stupefatto”. Il premio prestigioso agli autori Enrico Comi e Fabrizio De Giovanni.

Mi sovviene una frase di Albert Einstein che diceva del mondo:

“Il mondo è un posto pericoloso, non a causa di quelli che compiono azioni malvagie ma per quelli che osservano senza fare nulla.“

Voi di Itineraria avete gli occhi bene spalancati, osservate e teatralmente e umanamente, agite.

E’ stato bello e appagante, caro Fabrizio, risentire la tua voce durante l’intervista dedicata ad Andrea G. Pinketts che hai desiderato fare alla nostra associazione culturale, insieme a Marilena Cortesini che ti è accanto con la sua estrosità, con la sua simpatia, con la sua bravura. Elisabetta Friggi e Andrea Carlo Cappi sono stati coinvolti emotivamente dai tuoi ricordi, dalle tue parole di affetto, di rispetto e ammirazione per la grandezza di mio figlio, perduto ma presente, e felice nella sua nuova dimensione, dove arriva l’amore di tutti i suoi amici che alimentano con il loro ricordo amorevole e nostalgico il suo patrimonio intellettuale.

Io so sempre dove è Andrea il quattordici dicembre. Passato, presente, futuro.


Signor Antonio, Andrea le è accanto con i suoi libri e li commenterete insieme

Ho letto, sul quotidiano Libero, un delicato racconto di Pino Farinotti. Scrive di un incontro, in Corso Buenos Aires angolo via Melzo, con un personaggio di strada che seduto per terra nel suo spazio di libertà e, per su scelta, privo di agi, forse anche privo del necessario, ma io ho sempre guardato a queste persone, come dei filosofi, dei cantori del rifiuto delle regole, felici di quello che non hanno se non nell’attenzione di qualche passante che può essere generoso o indifferente.

Pino Farinotti, giornalista, si è fermato per un motivo preciso, lo ha notato. Non ricordo il suo nome ma non ha importanza perchè il mondo e pieno di queste persone rinunciatarie che però hanno in possesso un dono inestimabile ‘la libertà’.

Conobbi durante il mio percorso professionale una di queste persone con la quale era nato un rapporto. Si chiamava signor Giuseppe. Lui era molto amico, lo seppi in conseguenza delle lettere che scambiava con un personaggio famoso e ricchissimo e proprietario della catena dei negozi L’Onesta, con il quale aveva mantenuto dei frequenti rapporti di amicizia intensa, di affetto, di rispetto e di scambi culturali. Seppi che il signor Francesco che aveva per me un rapporto di devozione, leggeva ogni articolo, ogni libro, che riguardava mio figlio e questo naturalmente mi commosse. Quando veniva da me si intratteneva parecchio e desiderava e mi chiedeva che io rileggessi le lettere che scriveva a questo conosciutissimo e ricchissimo signore per evidenziare eventuali errori. Lui scriveva benissimo, erano lettere impeccabili. Era una gioia per me che lo ascoltavo chiedendomi come mai una persona vestita così modestamente avesse scelto la strada. Lui dormiva sotto i ponti di Quarto Oggiaro. Io gli proposi che gli avrei trovato un posto al Pio Albergo Trivulzio allora denominato la Baggina. Sarebbe stato al riparo dal freddo e anche dal caldo. Mi guardò esterrefatto e mi rispose “Io, dormire in un letto?”

Lui scriveva le lettere al suo amico ma le sottoponeva al mio parere per evitare eventuali errori di ortografia e di grammatica. Io le leggevo perdendo del tempo prezioso perché i pazienti fuori protestavano e dicevano “E’ un raccomandato!”. Erano perfette queste lettere. Il signor Giuseppe si rivolgeva allora al pubblico che rumoreggiava “Ma è la mamma del celebre scrittore Andrea G. Pinketts che io conosco e leggo”. Pronunciava il nome di Andrea come se gli fosse appartenuto, uno di famiglia. Aveva letto tutti i suoi articoli, i suoi primi libri, mi citava delle frasi a memoria dei libri di mio figlio.

Il motivo che ha colpito l’attenzione e il cuore di Pino Farinotti è questo: nel suo angolo il signor Antonio (Libero del 20 febbraio) leggeva circondato da libri impegnativi e di non facile lettura, ai suoi orari che scandiscono le sue giornate, ore 10.00 – ore 13.00, ad arricchire la sua cultura (il suo pane quotidiano) che lo toglie per qualche ora alla solitudine del suo vivere.

Il Farinotti lo ha trattenuto e ha fatto un affettuoso e partecipe commento descrivendolo come un signore di settant’anni ma col viso molto sciupato, segni di una traccia di una vita difficile piena di rinunce.

Io mi chiedo “Avrà letto qualche libro di Andrea?”. Penso che magari lo avrà conosciuto, visto il camminare a piedi per la città di mio figlio, instancabile, creando storie, personaggi. Mi piacerebbe saperlo. Andrea aveva per i meno fortunati, attenzioni di affetto che riflettevano il suo animo generoso e attento alle sfumature che dicono tutto sulle vicende umane.

Rileggo la sua storia alimentata dalle parole commosse del Farinotti. Libero è il quotidiano mio, di Andrea e delle persone a cui il cervello e il cuore rispondono.

Dall’articolo di oggi so che il signor Antonio dopo l’incontro con il Farinotti e grazie al suo articolo è diventato una star. Milano risponde sempre ma probabilmente senza l’attenzione del giornalista saremmo passati indifferenti. Farinotti scrive, e gliene sono molto grata, che Andrea avrebbe costruito sul signor Antonio un personaggio dei suoi libri dove il suo spirito, la sua umanità sconvolgente e così milanese disegnava creature leggendarie e indimenticabili. Lo avrebbe preso sottobraccio e portato a Le Trottoir a bere una birra o magari anche due. Grazie Farinotti di questa gentile attenzione che ti fa onore e permette a tutti di noi di preoccuparci per il signor Antonio, che abbia dei libri da leggere e nutrirsi della generosità dei milanesi.

Le porterò signor Antonio i libri di Andrea. Lei si commuoverà e riderà e forse lo ricorderà. Nessun di noi dirà mai addio a mio figlio Andrea.

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“Una giornata di nebbia a Milano”

E’ una giornata di folle vento. Le foglie, che stanno appena nascendo, cadono in questa primavera bizzarra e lontana dai nostri ricordi. Penso alla nebbia, quella coltre protettiva e consolatoria che ci ha accompagnato nel nostro passato e che oggi non c’è più. Rivela solo l’atmosfera, in una luce accecante: il nostro oggi, il pericolo, questa guerra che è incombente ed è un punto di domanda per la nostra sopravvivenza.

La nebbia, perché protettiva? E’ come la coperta di Linus. Potrà sembrare un paradosso perché ci fa vedere, intravedere o non vedere affatto, la qual cosa ha il suo fascino, sottile, misterioso. E’ consolatoria perché nasconde gli aspetti negativi delle persone, degli avvenimenti. La nebbia ci fa sognare.

Enrico Vanzina con il quale ho avuto il piacere di parlare attraverso una telefonata, è l’autore di un bellissimo libro “Una giornata di nebbia a Milano”. Era stato preceduto da un articolo su Il Giorno, a firma di Irene Sparacello, del 25 febbraio scorso. Ebbi una sorpresa che mi scaldò il cuore:

“Il personaggio di Finnekens è ispirato a Andrea Pinketts?

«Sì, ispirato a lui, ma non è lui. Non mi sono permesso di entra­re nella sua vita. Con Andrea si andava a mangiare assieme. Una volta siamo andati a vedere dove si giocava la pelota basca, vicino via Palermo,- ora è luogo di eventi. Mi piaceva il suo lato coraggioso, anticonformista. Pinketts mi ha fatto scoprire quanto c'è di misterioso dentro a una città così apparentemen­te regolare e ordinata»” 

In questo romanzo la letteratura è protagonista. Soverchia le regole del classico topos giallo dove è un commissario, un detective o un’indagine di polizia a risolvere il caso. Qui è lo scrittore Finnekens, nome mutuato da “Finnegans wake” di James Joyce e liberamente ispirato ad Andrea G. Pinketts, a mettere a disposizione tutta la sua cultura enciclopedica, per svelare il delitto. E i libri di Joyce, Proust, Gadda, Scerbanenco, Edgard Allan Poe e Pinketts per citarne solo alcuni, divengono i veri protagonisti di tutto il romanzo, un po’ come dire siamo quel che leggiamo ma anche leggiamo quel che siamo.

Ed io, immodestamente, leggo un libro al giorno, sempre di notte. Non posso che amarlo questo libro che rispolvera i grandi libri del passato e non.

E allora, in un universo impossibile, immagino Enrico dialogare con Andrea in uno scambio culturale spumeggiante, magari sorbendo qualche volta un calice di Champagne, magari due, almeno da parte di Andrea.

“Una giornata di nebbia a Milano” si consuma in un delitto, in una Milano avvolta dalla nebbia che affascina chi non la conosce e chi la immagina, forse la sogna. Oltre la trama si ritrova l’atmosfera magica delle strade di Milano, dei vicoli, dei misteri, delle atmosfere fluttuanti di sentimenti nascosti, rivelati da un finale a sorpresa, degno dei gialli migliori.

Io l’ho divorato in una notte. Bevuto, tanto per stare nel vissuto di Andrea.

Lo rileggerò, come è mia consuetudine, per meglio godere la magia di ogni parola, di ogni pagina, di ogni respiro. Un cadeau, con il fascino di un ricordo speciale, offerto a Enrico Vanzina, romano de nascita. E’ tratto dalla poesia di Trilussa ‘Per cui’, dice:

Perché ciavemo tutti in fonno ar core

la cantilena d'un ricordo antico

lasciato da una gioja o da un dolore.

Io, quella mia, me la risento spesso:

ve la potrei ridì... ma nu' la dico.

Nun faccio er cantastorie de me stesso.

Questo dono di Andrea viene da molto lontano, oltre lo spazio e il tempo.

Mio figlio, Enrico, è felice di averla rincontrata, io di averla conosciuta.

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 “Per Luca il mio ambasciatore a Potenza potentemente A. G. Pinketts”

Come ho conosciuto Pinketts o meglio sarebbe dire come è successo che io sia entrato in un mondo fantastico e abbia scoperto un autore di una potenza incredibile. È successo ormai moltissimi anni fa. Anni in cui dopo pranzo sulle televisioni di tutta Italia andavano in onda programmi contenitore che parlavano un po’ di tutto e un po’ di niente. Uno di questi programmi era “L’Italia sul due”. Mia mamma non si perdeva una sola puntata e io ascoltavo dalla mia stanza, distrattamente, le voci che mi arrivavano dal televisore. Un giorno un tuono, una voce profonda e simpatica e delle parole che per me risultarono subito irresistibili. Mi affacciai e nello schermo c’era lui... Andrea G. Pinketts! Non sapevo si chiamasse così, non sapevo chi fosse ma lo avrei scoperto subito.
Quelle camicie così improbabili ma che su di lui stavano a meraviglia, il sigaro, le collane, il suo eterno sorriso di sberleffo mentre parlava e le sue parole! Mi innamorai immediatamente, perché di amore si trattò, del suo modo di parlare, le sue parole, le sue continue piccole provocazioni, la sua debordante genialità! Una volta ospite da Chiambretti alla domanda su che cosa significasse la G. nel suo cognome lui rispose Genio per poi fare una pausa gustandosi l’effetto di quella sua ammissione. Se è vero che troppo spesso la parola genio viene usata a sproposito io credo che questo non valga per Andrea G. (Genio) Pinketts. Ad onor del vero poi aggiunse “...o goglione” perché per nulla al mondo, credo, avrebbe perso l’opportunità di un calembour! Insomma mi colpì!
In pieno viso o in pieno cuore! Scoprii che era uno scrittore e io amante dei libri mi ripromisi di leggerlo quanto prima. Erano anni in cui, fortunatamente, non era così semplice reperire informazioni su internet e men che meno comprare libri. Bisognava impegnarsi e ogni scoperta aveva il sapore di una conquista. Un giorno come spesso mi accade ancora oggi andai a fare un giro in una piccola libreria indipendente. Oggi, purtroppo, quella libreria non esiste più.
Giravo tra i libri senza cercare nulla in particolare e d’improvviso su uno scaffale, separato dagli altri volumi c’era lui! Lo riconobbi subito! Il suo volto era serio e ombroso nella quarta di copertina. Non lessi nemmeno il titolo di quel romanzo lo presi e basta! Una volta uscito da lì riuscii a vedere che il volume che avevo appena comprato era “Il conto dell’ultima cena”.
Questo Pinketts gioca meravigliosamente con le parole pensai! Lo lessi e all’amore si unì la passione! Dio mio che romanzo! Meraviglioso! Che emozione a ripensarci ancora oggi... quest’uomo è un genio! E un grandissimo scrittore! Ecco cosa pensai! Ecco come iniziai a leggere quello che per me è diventato con il tempo molto più che un semplice autore! Seguirono altri suoi libri, li divorai, volevo leggere tutto quello che aveva scritto... poi ci fu una telefonata con lui e l’investitura ufficiale di suo ambasciatore a Potenza! È una boutade forse l’ennesimo calembour ma a me piace pensare di avere ricevuto da lui un compito ufficiale che ancora oggi porto avanti. In fondo me lo scrisse proprio su quel suo primo libro che lessi “Il conto dell’ultima cena”:

 “Per Luca il mio ambasciatore a Potenza potentemente A. G. Pinketts”
Quella G. per me resterà per sempre l’iniziale di Genio! E Goglione!

Potenza, 26 febbraio 2020

(Luca Morelli)

***

Anch’io caro Luca condivido con Andrea la tua nomina ad ambasciatore a Potenza. Come potrei non essere d’accordo, visto l’entusiasmo, la conoscenza, la sensibilità e la cultura con la quale mi parli dei libri di mio figlio. Sono una carezza sul mio cuore ferito.

Le librerie, oggi, purtroppo non resistono a lungo, in Italia si legge poco. Alcune, le più piccole sono costrette a chiudere e i libri si coprono di polvere quando sono invece un nutrimento per il cervello e l’anima, che perdono l’interesse umano per trasformarsi in ricordi lancinanti nella loro grandiosità.

Tu, caro Luca, sei stato fulminato dal gioco di parole, dai personaggi funamboleschi che si animano vivendo una vita di emozioni intense per le quali vale la pena di vivere. Rileggerò per te e con te, d’altra parte è il mio pane quotidiano, i libri di Andrea e in particolare “Il conto dell’ultima cena”. Lo stringerò sul mio cuore e in quella stretta ci sei anche tu. Ne trarrò, come sempre, un balsamo per l’anima.

In quell’estate dell’87

Era l’estate del 1987. La Milano da bere era quasi al tramonto e inconsapevolmente si stava per tuffare - come un’oliva nel Martini - negli anni movimentati di Mani pulite. Un altro tipo di movida.

In Piazza Bolivar c’era una gelateria bazzicata da una compagnia di ventenni. “La compagnia del fil di ferro” l’aveva ribattezzata mio padre, a significare che era una di quelle compagnie nate per caso e che non sarebbero durate a lungo, giusto il tempo di ritrovarsi prima delle vacanze e poi, a settembre … chissà.

Tra gli avventori spiccava un ragazzo un po’ più grande di me: era Andrea G. Pinketts. Abitava sopra la gelateria e la sua presenza non era fissa, ma quando c’era, attirava i ventenni come i gelati attirano i golosi. Era già un personaggio, vestiva in modo originale, sempre molto colorato e sapeva indossare qualsiasi capo con un’innata eleganza: d'altronde, si diceva, aveva fatto il modello pubblicitario per l’agenzia Caremoli. I miei coetanei erano affascinati dal suo essere sregolato e genio (la G. prima del cognome non era un semplice vezzo) e rimanevano incantati ad ascoltare le sue storie di Vera Vita Vissuta, raccontate con grande eloquio e con un buon Toscano sempre tra le dita.

A me, ventenne con poca esperienza della vita, lui metteva soggezione: aveva solo cinque anni in più, ma la sua altezza e la sua voce resa profonda dal fumo dei sigari, m’intimorivano.

Andrea, ma per tutti era “Il Pinketts”, abitava da sempre nel quartiere con la sua mamma Mirella.

Un giorno la tranquilla vita a bordo della gelateria venne scossa da un manoscritto. L’aveva portato Monica, la sorella di Gianmario, che con Stefano e Nicola era uno degli affascinati dai racconti di Vera Vita Vissuta. Si trattava di un manoscritto battuto a macchina, rilegato a spirale e con la copertina in acetato. Nel 1987 si usava così. Monica, che abitava anche lei in Piazza Bolivar, lo aveva ricevuto direttamente dal Pinketts, l’aveva letto e ne era entusiasta: “Dovete leggerlo assolutamente!”. Quando hai vent’anni nel 1987, fa caldo, sei nel limbo formato “attesa delle vacanze” e mangi gelati ascoltando le storie di  Vera Vita Vissuta fantasticando su quale sarà la tua, non puoi dire di no.

Così quel manoscritto passò di mano in mano, di casa in casa e venne restituito puntualmente al suo autore perché noi ragazzi degli anni ’80 eravamo di parola e leggevamo.

Io lo lessi tutto d’un fiato: era un thriller ambientato tra Milano e il Trentino – regione di origine di Andrea dove da bambino trascorreva le vacanze estive a casa della nonna – e, nonostante il genere, quel manoscritto faceva ridere, molto ridere; i giochi di parole, in primis, quasi dei non sense che per noi avevano un senso poiché tutti frugavamo tra le pagine per recuperare pezzi di Piazza Bolivar e dintorni poiché sapevamo che lui, già grande futuro scrittore, aveva camuffato e romanzato pezzi di vita. La sua vita. E magari la nostra.

Monica continuava a ripetere che doveva assolutamente essere pubblicato, che dovevamo aiutarlo, proporlo a qualche casa editrice. Beata ingenuità… ops, gioventù.

Arrivarono le vacanze, la compagnia si sciolse, poi con la caduta delle foglie si ricompose per poi sciogliersi definitivamente con l’arrivo dei primi freddi. “Compagnia del fil di ferro”, appunto! Ognuno di noi iniziava a vivere la sua vita di giovani adulti cercando di realizzare il proprio sogno. Ogni tanto il pensiero andava a lui e a quel manoscritto che tanto aveva segnato la nostra estate dell’87.

Con il passare degli anni avevo notizie del Pinketts dai giornali, dalla TV (mitiche le sue partecipazioni al Maurizio Costanzo Show) o da mia madre che frequentava la mamma di Andrea e sapevo tutto dei suoi romanzi, delle sue intemperanze, del suo “ufficio” a Le Trottoir – prima in Corso Garibaldi, poi al Ticinese - e delle sue numerose stilografiche che spesso perdeva: avere una Montblanc tutti i Natali era la sua personale tradizione natalizia. Scrivere un romanzo con una Montblanc tra le dita tenendo contemporaneamente un sigaro e un bicchiere non è da tutti… quella G, in fin dei conti, non era un caso. Funambolo delle mani e funambolo della parola.

Ogni tanto lo incontravo in Piazza Bolivar dove camminava indossando colorati cappelli, sempre portati con eleganza e con l’immancabile rassegna stampa sotto il braccio. Ogni tanto mi salutava, a volte, invece, non mi vedeva, perso com’era nei suoi pensieri. Un giorno lo incontrai all’edicola e mi chiese se ero ancora sposata. “Da cinque anni” risposi. Ammutolì per poi dirmi con un gran sorriso vagamente affettuoso accompagnato da uno sguardo liquido “Un record, di questi tempi. Questa sì che è una notizia!”. Da quel momento la mia soggezione svanì magicamente.

Dopo aver seguito qualche puntata di Mistero, lo vidi l’ultima volta alla presentazione di un suo libro a Chiavari ed ebbi la conferma di quanto fosse arguto, disponibile  e di gran cultura.

Tirerò fuori dalla libreria ‘Lazzaro Santandrea’ il suo alter ego, la cui storia era stata battuta a macchina e rilegata con la spirale che tanto ci fece emozionare, ridere e sognare in quell’estate dell’87 alla gelateria di Piazza Bolivar. Solo che il Lazzaro che verrà fuori dalla mia libreria ha una copertina colorata, il logo di una casa editrice (MM Edizioni) e reca la data del 1992.

La Monica ci aveva visto lungo.

(Simona Borgatti)

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  Il tempo mi è nemico, mi porta lettere, pensieri, ricordi. Non sempre il mio cuore greve dal distacco, del silenzio che mi circonda, mi consente di rispondere a breve termine. Per questo ritardo, mi permetto di chiederti scusa se ho abbreviato la tua lettera, lasciando ovviamente il contenuto più importante che riguarda l’immagine che tu hai di mio figlio. La sua aria di duro (ma aveva anche delle dolcezze che naturalmente non riservava a tutti, come è giusto che fosse), i suoi sigari, i colori vivaci che ostentava, il suo camminare imperioso, la sua sicurezza, i cappelli prestigiosi (tutti rigorosamente Borsalino), il sigaro, il boccale di birra, che disegnavano il suo personaggio così eclatante, carismatico. Emanava il fascino del suo aspetto, della sua immensa cultura, della consapevolezza di chi era e di chi sarebbe diventato.

Lui giocava con le parole, come un artista di strada, mutandole, come un miracolo, in storie incredibili, che attiravano  e creavano personaggi indimenticabili, con atmosfere magiche.

Andrea con Morgan era il re della notte dalla quale traevano insieme personaggi che rimangono scolpiti nella memoria. Morgan, suo compagno di strada, componeva le sue canzoni più belle, più intime, arrapanti sul piano fisico e spirituale. Marta Marzotto, grande amica di Andrea e cultrice appassionata e coloratissima dell’arte, espressa con qualsiasi sfumatura, si univa, talvolta fisicamente e sempre spiritualmente, in questi vagabondaggi letterari, musicali, artistici.

La genialità va di pari passo con la mancanza assoluta di immobilità spirituale. La fantasia ammuffita dal quotidiano, è l’incapacità di volare lontano dove non arriva.

Loro se ne fanno proprio un baffo!

Tanto di cappello, sussurra la Marta (alla milanese) e mi arrivano, stupendomi, dal sussurro di una nuvola, due risate scroscianti che inneggiano la stravaganza.

Ricordo la gelateria, mi pare che fosse azzurra. Naturalmente le mamme erano assenti. Le pareti emanavano giovinezza, illusioni, sogni. Quelli di Andrea si sono realizzati, anche di più. La genialità è anche compagna di incongruenza ma esplode nel luogo e nel tempo. Ricordo, rivedendo la sua immagine, l’eccentricità e come diceva Oscar Wilde: “La moderazione è una cosa fatale. Nulla ha più successo dell'eccesso”.

Simona, Andrea ti sorride, grato del tuo ricordo.

La gentile Manuela mi ha fatto un dono inatteso

Il mio incontro (scontro) con Andrea Pinketts avvenne alla Feltrinelli di Corso Vittorio Emanuele. Ero emozionatissima di incontrarlo, era con il direttore del negozio che faceva gli onori. Se non che, la mia migliore amica si girò ed esclamò ad alta voce: "Manu, guarda, c'è il commentatore dell'Isola Dei Famosi!". Se avessi potuto, mi sarei scavata una fossa da sola, ci scambiammo uno sguardo imbarazzato in una sospensione temporale surreale, ad un certo punto Pinketts scoppiò a ridere e si rivolse al direttore: "Io, il più grande scrittore noir in Italia, passerò alla storia come commentatore di Adriano Pappalardo!".

(Manuela Rigoli) –commento al post FB – 23 febbraio 2021

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La gentile Manuela mi ha fatto un dono inatteso. Nelle sue parole ho sentito lo scrosciare della risata di mio figlio. Non era il caso di ridere ma lui era una persona tollerante che con molta classe non si stupiva delle lacune intellettuali della tua amica; è comprensibile il tuo giustificato imbarazzo. Scambiare il grande scrittore (lo era già allora) per un commentatore di Pappalardo, senza nulla togliere a questo, oltrepassava il senso della carenza di interessi culturali. Con gli amici, come diceva Goethe, è preferibile che ci siano affinità elettive altrimenti lo stare insieme è un soliloquio. Grazie gentile Manu di aver rievocato questo episodio e soprattutto della tua emozione nell’incontrare l’autore geniale e di gran classe, te ne sono grata.


Il libraio di Altaforte Edizioni racconta...

Buongiorno, un piccolo omaggio verso chi, in un mondo di scrittori da strapazzo, aveva realmente il senso della frase.

Lorenzo Baccano - Messanger 03 Febbraio, 2021

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CARTASTRACCIA

Il libraio di Altaforte Edizioni racconta..

Capitolo 50 – Andrea G. Pinketts

Io sono un ex picchiatore, ex. L’ultima è di ieri sera. Io continuo a perdonare attraverso la vendetta.

Se Fred Buscaglione fosse nato a Milano avrebbe scritto romanzi noir e se fosse nato nel 1960 e non morto proprio agli albori di quel decennio avrebbe fondato, nel 1991, la scuola dei duri. In pratica si sarebbe chiamato Andrea, avrebbe avuto origini trentine e irlandesi ed il cognome avrebbe risposto al nome di Pinketts. Con una G., rigorosamente puntata, nel mezzo. Un G. dal sapore di Genio.

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 Scott Fitzgerald disegnò un abito fatto di parole sulla pelle di Pinketts:

Fatemi vedere un eroe e io vi mostrerò una tragedia

Aveva il senso della frase il meneghino, il suo alter ego fatto di inchiostro e carta, Lazzaro Santandrea, che venne fuori dalla penna geniale – non genialoide ricorda mongoloide, citazione sottovoce, ma non troppo, nello studio di Gigi Marzullo – e dall’odore sigari e alcool consumato sul naviglio ambrosiano in quel de Le Trottoir. Chi scrive ha passato alcune notti con Andrea G. Pinketts, nella Milano da bere fuori tempo massimo, quella degli anni ’10, sbiadita rispetto alle luci accecanti degli ’80. Le parole fluiscono, come quando durante una rassegna letteraria in Francia la sua stanza di hotel prese fuoco (sigari, ça va sans dire), mentre il bagno si allagava (il rubinetto aperto ed una telefonata, una lunga interurbana). Fuoco e acqua insieme.

Il conto dell’ultima cena – da cui prende il nome uno dei suoi testi più celebri, uscito in Francia con il titolo La Madone Assassine _ lo ha pagato fino all’ultimo centesimo. Scrittore sociale, l’introspezione dei gialli come denuncia verso la società, che non ha mai dato particolari garanzie, ma, del resto, non sono mai stato un televisore a colori.
Parole in libertà che diventano verità e bugie. E le bugie, alla fin fine, sono regali, mentre le verità si pagano fino all’ultimo centesimo.

Di Lorenzo Cafarchio

https://altafortedizioni.it/cartrastraccia-pinketts/

 

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In una libreria

“Cartastraccia” e l’odore mi sale alle narici e al cuore, donandomi un’emozione immediata. Si respira cultura anche se come scrive Lorenzo Cafarchio, molti, troppi  libri, sono pagine che si susseguono ed esprimono “il vuoto”.

Andrea ha pagato fino all’ultimo, fino allo spasimo, il conto dell’ultima cena con il suo senso della frase e le parole che affluivano dalla sua penna vorace, talvolta limpida, talvolta luminosa, tortuosa, irriverente, cinica, sentimentale.

I suoi libri, le poesie, le presentazioni, donavano davanti a tutti, gli aspetti della vita, lasciandoci affascinati dalla maestria magica delle parole che fluivano come un gioco anzi giocavano fra loro come le esigenze di un fanciullo. Io, sua madre, le inseguivo immergendomi in quel mondo fatato, assorbendone il contenuto, i messaggi, le considerazioni, talvolta amare, talvolta ilari e sempre tali da lasciare il segno.

Io, a mia volta, leggendo diventavo fanciulla e mi abbeveravo di quella cultura del cuore, di quelle storie che vagavano al di sopra di noi, lasciandoci una curiosità colorata di personaggi drammatici, qualche volta comici.

Le vicende, qualche volta, dei suoi personaggi ci facevano sorridere anche ridere. Ridere, è così difficile.

Eri piccola così. Andrea era il doppio di Fred che nella sua musica esprimeva sorridendo con un sorriso malandrino la sua malinconia del vivere senza Fatima, il suo amore perduto.

Guarda che mare, guarda che luna (Fred Buscaglione), quella luna che avrebbe urlato i loro sogni,  a Torino, a Milano e a Le Trottoir, dove tu, Lorenzo, godesti con Andrea un’atmosfera nutrita di cultura, di fumo, di sigari, di bicchieri (o bottiglie) dove Bacco era complice godereccio.

E’ complice universale Fitzgerald  che con la sua tenerezza della notte disegna faville di grande letteratura in America ma arriva anche a Milano nelle librerie, nelle bancarelle, nei giornali, dove Pinketts troneggia.

Andrea era distratto, il suo pensiero era sempre “altrove”. In Francia, nella sua stanza d’albergo, lasciò sul letto il suo sigaro acceso. Divampò un incendio. Dimenticò di chiudere i rubinetti del bagno; l’acqua fluì provocando una contenuta inondazione. L’autore si trovava nella piazza dove in una rassegna stampa era stato invitato a parlare e a presentare il suo libro “Il conto dell’ultima cena” tradotto in Francia con il titolo “La madonna assassina”, ignaro di quanto era accaduto. Il sindaco gli diede simbolicamente "le chiavi della città" mentre la stanza d'albergo andava a fuoco e si allagava nello stesso momento!

Gli fu conferita nel 2006 l’al­ta onorificenza di Cavaliere al Merito Culturale della Repubblica Francese, così commenta­ta da Andrea: “Nemo propheta in Pinketts” .

Fuoco e acqua. Grazie, Lorenzo, la dea degli artisti che si esprime comunque e dovunque si erige, superba.

A Roberto Brivio

Le farfalle nascondono il segreto di Andrea e Roberto

L’anima di Roberto Brivio voló via leggera, un po’ disorientata dalla nuova dimensione. Le sembianze fisiche, alle quali apparteneva, le avevano dato gloria, entusiasmo, l’amore della gente, la fama. Anche la polvere del palcoscenico, denso di applausi, riconoscimenti, emozioni, le era stata cara.

Oggi c’era silenzio di nebbia.

L’anima era ostinatamente seguita da una farfalla che le  aleggiava intorno come volesse impossessarsi di lui: il gufo, il creatore, l’attore, l’artista, il cantore.

L’anima era disorientata, la nuova dimensione la intimoriva.

Nel volo, la polvere colorata e delicata che copre le ali delle farfalle, custodiva gelosamente le vite passate delle creature.

Talvolta, le ali delle farfalle che sembravano fate mosse da un venticello invisibile, perdevano la loro polvere dorata e luminosa.

L’anima del gufo che pure conosceva intimamente i prodigi del creato, ne era attratta come un amore nuovo e sconvolgente.

In fondo, quel silenzio gli parlava.

Fisicità: i grandi splendori, come i miracoli della metempsicosi, l’avevano assorbito, colorandolo di sgargianti colori.

La farfalla la seguiva, disturbata, appena un poco da un venticello mosso dalle nuvole come sempre celesti immagini del creato e sempre curiose di quanto avviene nelle loro arcaiche dimore.

Il vento mosse le ali della farfalla. I colori si dispersero formando una nube che pareva nascondere un segreto, era l’anima del gufo che era trasfugato dopo tanto splendore nel cosmo, complice e vittorioso.

La materia può trasformarsi e annullarsi ma la spiritualità resiste e vince alle minacce della fisicità che è solo un involucro, anche se prezioso, anche se molto amato, del nostro artista meneghino.

Mi piace pensare leggendo con profonda commozione, quanto scritto da Roberto in occasione dell’addio a mio figlio, il suo desolato racconto nella loro artistica e umana amicizia che ebbe il suo apogeo nella commedia ‘Pericle principe di Tiro’ che ebbe grande successo.

Mi piace pensare anche per colmare il vuoto lasciato dal suo commiato che la sua anima trasmigrata in una farfalla abbia vicino un’allodola canterina, vicina a Roberto, per riconoscersi.

I due artisti, preziosi nel nostro ricordo, sono avvolti con fervore tutto meneghino.

La nostra madonnina sorride orgogliosa e divinamente partecipe.

Il passo e breve, il cielo non ha confine.

26 gennaio 2021

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Di Roberto Brivio:

Noi solo possiamo raccontarci del periodo in cui hai accettato di fare l’attore nella commedia Pericle Principe di Tiro al Teatro Ariberto.

Non sapevo a chi affidare la parte di Gower, in funzione di coro, quando Grazia Maria Raimondi, aiuto regista, mi ha suggerito il tuo nome. Ci siamo visti. Ti ho spiegato che volevo un racconto in mezzo al pubblico. Abbiamo convenuto che tu, in borghese, commentassi gli avvenimenti alla maniera di un professore che tiene la lezione in una classe di 260 persone.

E tu, sicuro, hai concionato per quasi un mese di repliche, non tenendo conto, a volte, del copione. Da quel tempo, nelle varie presentazioni e conferenze stampa hai sempre detto “Con Brivio ho reinventato Shakespeare.” E’ vero. Il professor Andrea G. Pinketts più che il narratore di una commedia del ciclo avventuroso di William Shakespeare è stato il creatore di un nuovo testo. Avvincevi il pubblico come nelle presentazioni dei tuoi libri, come quando lo appassionavi nelle conferenze pubbliche o come osservatore nei programmi televisivi. Personaggio gradevole? Sempre. Anche quando tenevi banco nei locali in cui agivi da protagonista invitando amici, letterati, artisti e…modelle. E il Trottoir di piazzale XXIV Maggio, nel quale avevi installato il tuo ufficio e scrivevi a mano i romanzi, ti piangerà come le numerose persone che ti hanno capito e amato. Ciao.

(fonti)