Il blog di Mirella Marabese Pinketts

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Mi presento, mi chiamo Mirella Marabese Pinketts e sono la Presidente dell’Associazione culturale Andrea G. Pinketts.

Benvenuti a tutti voi che darete lievito alle mie parole dove è dominante l’emozione.

Sì, sono la madre di Andrea Pinketts. Al suono di questo nome vedo la maggior parte di voi trasalire. Un nome conosciuto e diffuso. La genialità non è ascoltare, interessati, incuriositi, all’eco di questo messaggio perchè è tale e non è un comunicato.



Dedicato a Sergia Monleone

Partecipavo all'AG Noir Festival di Andora. Luglio 2018.

Sergia Monleone sul suo secondo noir "PALASEOMNOST- Le inchieste del Commissario Miraggio"

Ho fatto in tempo a conoscerlo, a gustarne la sottile ironia, grande intelligenza, estrema educazione e dolcezza. L'ho abbracciato come un fratello, teneramente ma con trasporto, massaggiandogli la schiena e lui mi aveva sorriso provando forse dolore, sulla pelle e dentro, ringraziandomi, Lui! Mentre di ringraziarlo, non avrei mai smesso io, per quella fantastica giornata di luglio ad Andora. Ci mancherà tantissimo. Andrea G. Pinketts non ce l'ha fatta a vincere il 'bastardo', e gli psuedo-mojito analcolici resteranno il suo modo per mandare la Morte a fare in c...

E così l'ho conosciuto. Ho pubblicato la chiacchierata con lui, e nonostante fosse già malato, la mente era acuta, vigile, analitica. Un eclettico fuori-classe, un grande Uomo nell'accezione massima del termine.

19 aprile 2021 (Sergia Monleone)

***

Io sento, insieme a Lui, quella tua carezza sulla sua schiena. La sento e mi è cara, preziosa, la tengo in caldo perché sai, Sergia, Andrea non è andato via, ha solo cambiato dimora. Non ha vinto ‘il bastardo’ ma la sua grandezza di artista e di Uomo. Non è dimenticato, è osannato, e allora vive con palpiti di verità trasfuso nell’immensità.

Io, lo sento, lo vedo, odo la sua risata faraonica, il suo modo sottile e ironico di comunicare con noi che lo abbiamo amato.

Il distacco fisico è temporaneo ma il ricordo e la sensazione di essere stati vicini e partecipi ammirati e commossi di quell’intelligenza, di quella generosità, di quella straordinaria umanità e giocosità è ancora fra noi. Abbiamo avuto un privilegio, imparare cos’è un Uomo.

In barba al ‘bastardo’… che vada a fare in culo.

Andrea ride stupefatto, è un eloquio che non mi si addice, ma quando QUANNO CE VÒ, CE VÒ!

Anch’io ti abbraccio come una sorella. Sono una madre battagliera, così come mi vuole Andrea, io Gli ubbidisco.

A me piace andare per mercatini, annuso, ascolto, deduco, imparo. Trovo una bancarella di libri usati e mi attira un libricino dall’aria molto abbandonata, forse non interessa a nessuno. Ha le pagine ingiallite, è usato. Lo apro, risale forse all’ottocento, emana odore di muffa, stantia. Lo apro e trovo una frase che mi colpisce “Meglio saperti immemore e ridente, che memore e dolente”.

Ancora una volta io gli ubbidisco e sorrido e lo rendo felice.

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Libri noir, editoria indipendente e casi di cronaca raccontati da giornalisti ed investigatori caratterizzano il Festival “AG Noir” (A come Andora e G come Genius) promosso dagli Assessorati alla Cultura e Associazioni del Comune di Andora con la direzione artistica e la conduzione di Christine Enrile, presidente della c|e contemporary.

La manifestazione ha avuto come padrino Andrea G Pinketts, scrittore, giornalista, drammaturgo e opinionista italiano.

Tempo di doni, dicevo, è una lettera di Davide, fratello, amico, fan di Andrea.

Cara Mirella,

ho terminato di leggere ieri l'ultimo libro di Enrico Vanzina, di cui sono venuto a conoscenza leggendo per caso una sua intervista.

E' stata per me una grande emozione veder rinascere e nuovamente morire Andrea tra le pagine di un libro scritto da qualcun altro.

Devi sapere che esistono due persone che non sono più tra noi a cui io penso tutti i giorni: una di queste è proprio Andrea.

Senza ombra di dubbio è stata una delle figure più importanti che io abbia avuto per la mia formazione umana, nonché la persona a cui ho permesso di conoscermi meglio. Essendo agnostico, la scelta di Andrea come padrino di battesimo delle mie figlie aveva come ratio proprio questo aspetto: se mi fosse capitato qualcosa lui sarebbe stata la persona più indicata per raccontare alle mie figlie chi fosse loro padre.

Andrea ed io abbiamo condiviso una sensibilità non comune e ti assicuro che per me è stato un vero dono del destino conoscerlo: quello che sento di essere diventato oggi lo devo anche a lui.

Ti abbraccio forte sperando che le circostanze ci permettano di poterci incontrare.

Milano, 17 aprile 2021

(Davide Manglavite, Il Fan)

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Caro Davide, il ricordo che ho di te è quello di un ragazzo, giovane, seduto dietro me ed era col viso proteso verso Andrea per meglio ascoltare, per meglio assorbire, per meglio capire.

Da allora, oggi, ogni volta che Andrea parlava di avvenimenti, presentazioni dei suoi libri, prefazioni dei libri dei suoi amici, tu c’eri. Eri una presenza che io e Andrea sentivamo come un faro di intelligenza, di voglia di sapere, che poi è la stessa cosa. Hai seguito Andrea tutta la vita.

Lo so che tu pensi tutti i giorni a due creature che ci hanno lasciato. Per pudore e per rispetto non dirò il nome, l’altro è Andrea.

Ripenso a lui come penso a quel mattino freddo e quasi ostile perché era, in quel momento, il motivo che ci vedeva uniti con lo stesso amore e con costernazione per quel palpito di vita che si era spento. Il tuo viso era una maschera di dolore, impietrito. Mi abbracciasti e io riascolto le tue parole che mi dolgono ancora come se il tempo non fosse passato.

Io penso che i legami del sangue non esistano. Spesso ci troviamo accanto persone che non parlano e che non capiscono il nostro linguaggio. Andrea ti aveva scelto come fratello e vi univa un anello di metallo prezioso, fatto di intelligenza, di conoscenza intima, di sensibilità. Spiritualmente quell’anello manda ancora oggi i suoi bagliori.

La vita ha mantenuto le sue promesse, ad Andrea ha dato la gloria, il successo, una luce che abbacina chi l’ha conosciuto e amato; a te, Davide, ha donato un nido amorevole che ti accoglie e ti infonde amore e rispetto, una vita mirabolante e una professionalità che desta ammirazione per l’Uomo che sei, umano. Il fratello di Andrea.

Arthur Miller, celebre drammaturgo americano, scrisse un’opera teatrale alla quale io ebbi la fortuna di assistere. Il titolo è “Erano tutti miei figli”. Una storia struggente, io ne ebbi un colpo al cuore e la ricordo ancora integra nel tempo. Sull’eco di queste parole, io ti aspetto Davide. Vieni quando vuoi, anzi prima e abbracciandoti ti chiamerò, Figlio.

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Segue articolo di Davide Manglavite, in ricordo di Andrea G. Pinketts.

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'La Stampa' del 10 aprile, l’articolo di Simona Sparaco

Oggi, venti aprile, è tempo di doni.

La presenza di Andrea, nel giorno in cui è mancato, è stata compensata anche se io vivo rinnovando ogni mese, il giorno, l’ora in cui la sua assenza vitale si è trasformata nell’immortalità della magia delle parole, degli avvenimenti, degli incontri, che hanno trovato altri lidi, dove terra e cielo si incontrano lasciando nostalgie e rimpianti ma fissati nello spazio-tempo.

Un ammirato stupore, come quando accade un miracolo, è tempo di doni.

Perché tempo di doni?

Ho letto su 'La Stampa' del 10 aprile, l’articolo di Simona Sparaco, una recensione del libro di Enrico Vanzina “Una giornata di nebbia a Milano”, ispirata in parte dall’identificazione di Andrea.

La scrittrice ha colto di Andrea, la cultura, l’intelligenza, la profonda umanità, la dolcezza e il vigore di un uomo che si atteggiava a duro ma che, come disse la Nanda, era un duro dal cuore di meringa. Miracolo, questa frase della Nanda, scaturita da un incontro a trois, che la scrittrice ricorda con tenerezza e che trasmette a me, sua madre, una dolcezza dal tempo perduto, direbbe Proust.

Chi può aiutare Luca in questa missione se non un amico scrittore noir ‘senza convenzioni, con il cuore grosso, grottesco e appassionante’ come Giorgio Finnekens? Quest’anima della notte, che tiene, ‘il sigaro spento tra le labbra’, ama le donne e che, con i suoi ‘ricami mentali’, abbindola e affascina Luca e insieme noi tutti, è un chiaro omaggio a uno dei protagonisti più appassionati e interessanti della Milano letteraria, il compianto Andrea G. Pinketts. Così come un omaggio viene reso anche alla città di Milano, che non è solo nel titolo, ma vive ogni pagina.”

Allora, io mi inorgoglisco e ascolto le parole di questa scrittrice che oggi al telefono mi ha detto queste parole: “Deve essere fiera di suo figlio.” 

Lo sono.

Nei libri di Simona c’è la sensibilità di una donna gentile, appassionata, teneramente consapevole dei drammi della vita. Grazie di essere stata amica di Andrea e di averne colto, nel suo articolo, la grandezza.

Abbraccio, da mamma, Simona, amica di Andrea.

Milano, 20 aprile 2021.

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Trovo molto “romantico” continuare a diffondere le opere di un autore come Andrea

Sarebbe per me un autentico privilegio poter collaborare con la Vostra associazione per quanto riguarda la ripubblicazione di un’opera di Andrea Pinketts.

Ho avuto il grande piacere di conoscerlo, intervistarlo, e ospitarlo in un mio album. Come accennato, ci terrei molto non solo per la profonda ammirazione che ho sempre nutrito nei sui confronti, ma anche per regioni di sincero affetto.

Trovo molto “romantico” continuare a diffondere le opere di un autore come Andrea che a mio avviso rappresenta uno degli ultimi veri intellettuali del nostro paese.

Le invierò prossimamente anche le interviste da me realizzate ad Andrea e il file con il suo featuring nel mio album.

In attesa di un Suo cortese riscontro,

Cordiali saluti

Milano, 31 marzo 2021

(Gino Tramontana)

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Qui, sul mio tavolo, dove regna un pittoresco disordine, troneggia (è il caso di dirlo) una lettera di Gino. Lo chiamo, familiarmente, Gino anche se non lo conosco ma lui conosce mio figlio Andrea e ne parla in un modo che me lo rende subito caro. Sarebbe per me un autentico privilegio spiegare perché troneggia, perché con la sua lettera diretta all’associazione, sento in lei la totale comprensione, l’affetto e il rispetto per la genialità di Andrea.

C’e anche un vaso lungo e sottile incastonato di fiori di cristallo camaleontici. Ospita una camelia bianca. Luccica, è un tripudio di colori, mi illanguidisce, mi suggerisce un verso di D’Annunzio:

“Dite: non foste mai convalescente
in un aprile un po’ velato? È vero
che nulla al mondo, nulla è più soave?”

Questo vasetto è un dono di Andrea che era ricco di pensieri per me.

Al ritorno dai suoi viaggi mi portava le camelie il cui fascino etereo avvolge chi sa vedere, ancora e sempre, un dono che diceva “Ho pensato a qualcosa che ti assomigliasse”. Era una magia tenera, senza limiti, come una carezza.

La camelia bianca fiorisce nel giardino immortale della memoria. Questa carezza di Andrea di cui, se mi ascolto, sento ancora il tepore, la dono, se mi permette, anche a lei, insieme ai ricordi di Andrea e al mio grazie delle sue parole che sento ispirate dalla sua amicizia e dal suo rispetto della nostra nostalgia.

Il mio grazie è per quello che lei ha captato di Andrea e dei progetti per il futuro che rinverdiranno il grigiore velato, come diceva D’Annunzio, di questo aprile.

Anche questo aprile mio è appannato dalla mia malinconia, che ricorda, che ricorda.

Noi dell’associazione ci auguriamo che lei faccia parte di questo nostro desiderio, che si è realizzato, di fare in modo che Andrea sia sempre ricordato per il valore immenso che c’era in lui.

Ci auguriamo di conoscerla presto, di guardarla negli occhi e di ascoltare e di attuare i progetti che potranno venire da lei per rinverdire il ricordo, per creare altri spazi letterari.

Io so sempre dove è Andrea il quattordici dicembre. Passato, presente, futuro.

Un grande scrittore Andrea G. Pinketts, Milano e il “noir”. La “mala” milanese del primo dopoguerra con le edizioni Le Milieu

24/02/2021

I libri delle edizioni “Le milieu” ce li racconta Nicola Erba, un’immersione nelle storie della mala milanese del primo dopoguerra: Il bandito dell’Isola – Ezio Barbieri e “Vita di un bandito” Andrea De Maria (la banda di Via Osoppo. Poi un viaggio “noir” in una Milano trasformata, un trentennio dopo, attraverso la scrittura di un grande autore: Andrea G. Pinketts, fondatore della “Scuola dei duri”. Ne parleremo con lo scrittore Andrea Carlo Cappi ed Elisabetta Friggi dell’Associazione Culturale Andrea G. Pinketts

Ascolta ora!


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Io so sempre dove è Andrea il quattordici dicembre. Passato, presente, futuro. 

Io, non sapevo mai dove fosse Andrea. Lui era uno spirito libero ed io rispettavo la sua scelta anche se questo esserci, o essere altrove, mi angosciava ma non lo dicevo. Era un nottambulo, lo vedevo poco, ma fra noi c’era il filo diretto del telefono. Nel suo entourage sorrideva di questa sua necessità di comunicare con me. Il nostro dialogare era sempre eccitante, pregno dello scambio intellettuale e complice. Lui era un nottambulo, lo sono anch’io una nottambula, perché leggo, perché i libri mi tengono compagnia fino alle due di notte. I libri emanano scintille di cultura e di esperienza.

Dicevo, non sapevo mai dove fosse Andrea. Solo di un giorno sapevo con assoluta certezza, dove lui fosse: il quattordici dicembre di ogni anno Andrea era in quel di Cologno Monzese, a Itineraria, dove parlava dei suoi libri, dei suoi programmi di vita, di tutto quello che preme e urge ai giovani.

Nel dicembre di ogni anno, per molti anni, conobbi i personaggi che animavano e creavano queste riunioni dove l’arte era l’invitata eccelsa. Artisti cresciuti con Dario Fo, Franca Rame, Albertazzi e molti altri, il cui obiettivo di vita era ed è l’impegno sociale.

Itineraria Teatro crebbe e al Teatro Civile si aggiunse la radio, con un compito sociale enorme. Non un divertimento ma un messaggio: stimolare la coscienza, informare, non da semplici spettatori ma con compartecipazione non sterile ma attiva, consapevole, per affrontare e migliorare una realtà più concreta, più vivibile, almeno nella speranza che tutto possa cambiare. E’ il messaggio di Fabrizio De Giovanni, che un Natale di tanti anni fa, fu mio ospite e al quale piacque tanto il nostro desco. Andrea era molto orgoglioso di quello che si chiama compartecipazione. Il tempo è inesorabile, la clessidra compie il suo percorso. Percorso glorioso per Fabrizio De Giovanni che ha collezionato premi prestigiosi, insieme alla sua Compagnia, affiatata e con i medesimi obiettivi: lavorare insieme per un cambiamento che migliori lo stato sociale, che dia a ognuno di noi l’energia di continuare e di crederci fino allo spasimo.

Cito, fra questi, il PRIMO PREMIO nella categoria Teatro di Impegno Sociale e civile sez. DRAMMATURGIA, per il testo “Stupefatto”. Il premio prestigioso agli autori Enrico Comi e Fabrizio De Giovanni.

Mi sovviene una frase di Albert Einstein che diceva del mondo:

“Il mondo è un posto pericoloso, non a causa di quelli che compiono azioni malvagie ma per quelli che osservano senza fare nulla.“

Voi di Itineraria avete gli occhi bene spalancati, osservate e teatralmente e umanamente, agite.

E’ stato bello e appagante, caro Fabrizio, risentire la tua voce durante l’intervista dedicata ad Andrea G. Pinketts che hai desiderato fare alla nostra associazione culturale, insieme a Marilena Cortesini che ti è accanto con la sua estrosità, con la sua simpatia, con la sua bravura. Elisabetta Friggi e Andrea Carlo Cappi sono stati coinvolti emotivamente dai tuoi ricordi, dalle tue parole di affetto, di rispetto e ammirazione per la grandezza di mio figlio, perduto ma presente, e felice nella sua nuova dimensione, dove arriva l’amore di tutti i suoi amici che alimentano con il loro ricordo amorevole e nostalgico il suo patrimonio intellettuale.

Io so sempre dove è Andrea il quattordici dicembre. Passato, presente, futuro.


Signor Antonio, Andrea le è accanto con i suoi libri e li commenterete insieme

Ho letto, sul quotidiano Libero, un delicato racconto di Pino Farinotti. Scrive di un incontro, in Corso Buenos Aires angolo via Melzo, con un personaggio di strada che seduto per terra nel suo spazio di libertà e, per su scelta, privo di agi, forse anche privo del necessario, ma io ho sempre guardato a queste persone, come dei filosofi, dei cantori del rifiuto delle regole, felici di quello che non hanno se non nell’attenzione di qualche passante che può essere generoso o indifferente.

Pino Farinotti, giornalista, si è fermato per un motivo preciso, lo ha notato. Non ricordo il suo nome ma non ha importanza perchè il mondo e pieno di queste persone rinunciatarie che però hanno in possesso un dono inestimabile ‘la libertà’.

Conobbi durante il mio percorso professionale una di queste persone con la quale era nato un rapporto. Si chiamava signor Giuseppe. Lui era molto amico, lo seppi in conseguenza delle lettere che scambiava con un personaggio famoso e ricchissimo e proprietario della catena dei negozi L’Onesta, con il quale aveva mantenuto dei frequenti rapporti di amicizia intensa, di affetto, di rispetto e di scambi culturali. Seppi che il signor Francesco che aveva per me un rapporto di devozione, leggeva ogni articolo, ogni libro, che riguardava mio figlio e questo naturalmente mi commosse. Quando veniva da me si intratteneva parecchio e desiderava e mi chiedeva che io rileggessi le lettere che scriveva a questo conosciutissimo e ricchissimo signore per evidenziare eventuali errori. Lui scriveva benissimo, erano lettere impeccabili. Era una gioia per me che lo ascoltavo chiedendomi come mai una persona vestita così modestamente avesse scelto la strada. Lui dormiva sotto i ponti di Quarto Oggiaro. Io gli proposi che gli avrei trovato un posto al Pio Albergo Trivulzio allora denominato la Baggina. Sarebbe stato al riparo dal freddo e anche dal caldo. Mi guardò esterrefatto e mi rispose “Io, dormire in un letto?”

Lui scriveva le lettere al suo amico ma le sottoponeva al mio parere per evitare eventuali errori di ortografia e di grammatica. Io le leggevo perdendo del tempo prezioso perché i pazienti fuori protestavano e dicevano “E’ un raccomandato!”. Erano perfette queste lettere. Il signor Giuseppe si rivolgeva allora al pubblico che rumoreggiava “Ma è la mamma del celebre scrittore Andrea G. Pinketts che io conosco e leggo”. Pronunciava il nome di Andrea come se gli fosse appartenuto, uno di famiglia. Aveva letto tutti i suoi articoli, i suoi primi libri, mi citava delle frasi a memoria dei libri di mio figlio.

Il motivo che ha colpito l’attenzione e il cuore di Pino Farinotti è questo: nel suo angolo il signor Antonio (Libero del 20 febbraio) leggeva circondato da libri impegnativi e di non facile lettura, ai suoi orari che scandiscono le sue giornate, ore 10.00 – ore 13.00, ad arricchire la sua cultura (il suo pane quotidiano) che lo toglie per qualche ora alla solitudine del suo vivere.

Il Farinotti lo ha trattenuto e ha fatto un affettuoso e partecipe commento descrivendolo come un signore di settant’anni ma col viso molto sciupato, segni di una traccia di una vita difficile piena di rinunce.

Io mi chiedo “Avrà letto qualche libro di Andrea?”. Penso che magari lo avrà conosciuto, visto il camminare a piedi per la città di mio figlio, instancabile, creando storie, personaggi. Mi piacerebbe saperlo. Andrea aveva per i meno fortunati, attenzioni di affetto che riflettevano il suo animo generoso e attento alle sfumature che dicono tutto sulle vicende umane.

Rileggo la sua storia alimentata dalle parole commosse del Farinotti. Libero è il quotidiano mio, di Andrea e delle persone a cui il cervello e il cuore rispondono.

Dall’articolo di oggi so che il signor Antonio dopo l’incontro con il Farinotti e grazie al suo articolo è diventato una star. Milano risponde sempre ma probabilmente senza l’attenzione del giornalista saremmo passati indifferenti. Farinotti scrive, e gliene sono molto grata, che Andrea avrebbe costruito sul signor Antonio un personaggio dei suoi libri dove il suo spirito, la sua umanità sconvolgente e così milanese disegnava creature leggendarie e indimenticabili. Lo avrebbe preso sottobraccio e portato a Le Trottoir a bere una birra o magari anche due. Grazie Farinotti di questa gentile attenzione che ti fa onore e permette a tutti di noi di preoccuparci per il signor Antonio, che abbia dei libri da leggere e nutrirsi della generosità dei milanesi.

Le porterò signor Antonio i libri di Andrea. Lei si commuoverà e riderà e forse lo ricorderà. Nessun di noi dirà mai addio a mio figlio Andrea.

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“Una giornata di nebbia a Milano”

E’ una giornata di folle vento. Le foglie, che stanno appena nascendo, cadono in questa primavera bizzarra e lontana dai nostri ricordi. Penso alla nebbia, quella coltre protettiva e consolatoria che ci ha accompagnato nel nostro passato e che oggi non c’è più. Rivela solo l’atmosfera, in una luce accecante: il nostro oggi, il pericolo, questa guerra che è incombente ed è un punto di domanda per la nostra sopravvivenza.

La nebbia, perché protettiva? E’ come la coperta di Linus. Potrà sembrare un paradosso perché ci fa vedere, intravedere o non vedere affatto, la qual cosa ha il suo fascino, sottile, misterioso. E’ consolatoria perché nasconde gli aspetti negativi delle persone, degli avvenimenti. La nebbia ci fa sognare.

Enrico Vanzina con il quale ho avuto il piacere di parlare attraverso una telefonata, è l’autore di un bellissimo libro “Una giornata di nebbia a Milano”. Era stato preceduto da un articolo su Il Giorno, a firma di Irene Sparacello, del 25 febbraio scorso. Ebbi una sorpresa che mi scaldò il cuore:

“Il personaggio di Finnekens è ispirato a Andrea Pinketts?

«Sì, ispirato a lui, ma non è lui. Non mi sono permesso di entra­re nella sua vita. Con Andrea si andava a mangiare assieme. Una volta siamo andati a vedere dove si giocava la pelota basca, vicino via Palermo,- ora è luogo di eventi. Mi piaceva il suo lato coraggioso, anticonformista. Pinketts mi ha fatto scoprire quanto c'è di misterioso dentro a una città così apparentemen­te regolare e ordinata»” 

In questo romanzo la letteratura è protagonista. Soverchia le regole del classico topos giallo dove è un commissario, un detective o un’indagine di polizia a risolvere il caso. Qui è lo scrittore Finnekens, nome mutuato da “Finnegans wake” di James Joyce e liberamente ispirato ad Andrea G. Pinketts, a mettere a disposizione tutta la sua cultura enciclopedica, per svelare il delitto. E i libri di Joyce, Proust, Gadda, Scerbanenco, Edgard Allan Poe e Pinketts per citarne solo alcuni, divengono i veri protagonisti di tutto il romanzo, un po’ come dire siamo quel che leggiamo ma anche leggiamo quel che siamo.

Ed io, immodestamente, leggo un libro al giorno, sempre di notte. Non posso che amarlo questo libro che rispolvera i grandi libri del passato e non.

E allora, in un universo impossibile, immagino Enrico dialogare con Andrea in uno scambio culturale spumeggiante, magari sorbendo qualche volta un calice di Champagne, magari due, almeno da parte di Andrea.

“Una giornata di nebbia a Milano” si consuma in un delitto, in una Milano avvolta dalla nebbia che affascina chi non la conosce e chi la immagina, forse la sogna. Oltre la trama si ritrova l’atmosfera magica delle strade di Milano, dei vicoli, dei misteri, delle atmosfere fluttuanti di sentimenti nascosti, rivelati da un finale a sorpresa, degno dei gialli migliori.

Io l’ho divorato in una notte. Bevuto, tanto per stare nel vissuto di Andrea.

Lo rileggerò, come è mia consuetudine, per meglio godere la magia di ogni parola, di ogni pagina, di ogni respiro. Un cadeau, con il fascino di un ricordo speciale, offerto a Enrico Vanzina, romano de nascita. E’ tratto dalla poesia di Trilussa ‘Per cui’, dice:

Perché ciavemo tutti in fonno ar core

la cantilena d'un ricordo antico

lasciato da una gioja o da un dolore.

Io, quella mia, me la risento spesso:

ve la potrei ridì... ma nu' la dico.

Nun faccio er cantastorie de me stesso.

Questo dono di Andrea viene da molto lontano, oltre lo spazio e il tempo.

Mio figlio, Enrico, è felice di averla rincontrata, io di averla conosciuta.

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 “Per Luca il mio ambasciatore a Potenza potentemente A. G. Pinketts”

Come ho conosciuto Pinketts o meglio sarebbe dire come è successo che io sia entrato in un mondo fantastico e abbia scoperto un autore di una potenza incredibile. È successo ormai moltissimi anni fa. Anni in cui dopo pranzo sulle televisioni di tutta Italia andavano in onda programmi contenitore che parlavano un po’ di tutto e un po’ di niente. Uno di questi programmi era “L’Italia sul due”. Mia mamma non si perdeva una sola puntata e io ascoltavo dalla mia stanza, distrattamente, le voci che mi arrivavano dal televisore. Un giorno un tuono, una voce profonda e simpatica e delle parole che per me risultarono subito irresistibili. Mi affacciai e nello schermo c’era lui... Andrea G. Pinketts! Non sapevo si chiamasse così, non sapevo chi fosse ma lo avrei scoperto subito.
Quelle camicie così improbabili ma che su di lui stavano a meraviglia, il sigaro, le collane, il suo eterno sorriso di sberleffo mentre parlava e le sue parole! Mi innamorai immediatamente, perché di amore si trattò, del suo modo di parlare, le sue parole, le sue continue piccole provocazioni, la sua debordante genialità! Una volta ospite da Chiambretti alla domanda su che cosa significasse la G. nel suo cognome lui rispose Genio per poi fare una pausa gustandosi l’effetto di quella sua ammissione. Se è vero che troppo spesso la parola genio viene usata a sproposito io credo che questo non valga per Andrea G. (Genio) Pinketts. Ad onor del vero poi aggiunse “...o goglione” perché per nulla al mondo, credo, avrebbe perso l’opportunità di un calembour! Insomma mi colpì!
In pieno viso o in pieno cuore! Scoprii che era uno scrittore e io amante dei libri mi ripromisi di leggerlo quanto prima. Erano anni in cui, fortunatamente, non era così semplice reperire informazioni su internet e men che meno comprare libri. Bisognava impegnarsi e ogni scoperta aveva il sapore di una conquista. Un giorno come spesso mi accade ancora oggi andai a fare un giro in una piccola libreria indipendente. Oggi, purtroppo, quella libreria non esiste più.
Giravo tra i libri senza cercare nulla in particolare e d’improvviso su uno scaffale, separato dagli altri volumi c’era lui! Lo riconobbi subito! Il suo volto era serio e ombroso nella quarta di copertina. Non lessi nemmeno il titolo di quel romanzo lo presi e basta! Una volta uscito da lì riuscii a vedere che il volume che avevo appena comprato era “Il conto dell’ultima cena”.
Questo Pinketts gioca meravigliosamente con le parole pensai! Lo lessi e all’amore si unì la passione! Dio mio che romanzo! Meraviglioso! Che emozione a ripensarci ancora oggi... quest’uomo è un genio! E un grandissimo scrittore! Ecco cosa pensai! Ecco come iniziai a leggere quello che per me è diventato con il tempo molto più che un semplice autore! Seguirono altri suoi libri, li divorai, volevo leggere tutto quello che aveva scritto... poi ci fu una telefonata con lui e l’investitura ufficiale di suo ambasciatore a Potenza! È una boutade forse l’ennesimo calembour ma a me piace pensare di avere ricevuto da lui un compito ufficiale che ancora oggi porto avanti. In fondo me lo scrisse proprio su quel suo primo libro che lessi “Il conto dell’ultima cena”:

 “Per Luca il mio ambasciatore a Potenza potentemente A. G. Pinketts”
Quella G. per me resterà per sempre l’iniziale di Genio! E Goglione!

Potenza, 26 febbraio 2020

(Luca Morelli)

***

Anch’io caro Luca condivido con Andrea la tua nomina ad ambasciatore a Potenza. Come potrei non essere d’accordo, visto l’entusiasmo, la conoscenza, la sensibilità e la cultura con la quale mi parli dei libri di mio figlio. Sono una carezza sul mio cuore ferito.

Le librerie, oggi, purtroppo non resistono a lungo, in Italia si legge poco. Alcune, le più piccole sono costrette a chiudere e i libri si coprono di polvere quando sono invece un nutrimento per il cervello e l’anima, che perdono l’interesse umano per trasformarsi in ricordi lancinanti nella loro grandiosità.

Tu, caro Luca, sei stato fulminato dal gioco di parole, dai personaggi funamboleschi che si animano vivendo una vita di emozioni intense per le quali vale la pena di vivere. Rileggerò per te e con te, d’altra parte è il mio pane quotidiano, i libri di Andrea e in particolare “Il conto dell’ultima cena”. Lo stringerò sul mio cuore e in quella stretta ci sei anche tu. Ne trarrò, come sempre, un balsamo per l’anima.

In quell’estate dell’87

Era l’estate del 1987. La Milano da bere era quasi al tramonto e inconsapevolmente si stava per tuffare - come un’oliva nel Martini - negli anni movimentati di Mani pulite. Un altro tipo di movida.

In Piazza Bolivar c’era una gelateria bazzicata da una compagnia di ventenni. “La compagnia del fil di ferro” l’aveva ribattezzata mio padre, a significare che era una di quelle compagnie nate per caso e che non sarebbero durate a lungo, giusto il tempo di ritrovarsi prima delle vacanze e poi, a settembre … chissà.

Tra gli avventori spiccava un ragazzo un po’ più grande di me: era Andrea G. Pinketts. Abitava sopra la gelateria e la sua presenza non era fissa, ma quando c’era, attirava i ventenni come i gelati attirano i golosi. Era già un personaggio, vestiva in modo originale, sempre molto colorato e sapeva indossare qualsiasi capo con un’innata eleganza: d'altronde, si diceva, aveva fatto il modello pubblicitario per l’agenzia Caremoli. I miei coetanei erano affascinati dal suo essere sregolato e genio (la G. prima del cognome non era un semplice vezzo) e rimanevano incantati ad ascoltare le sue storie di Vera Vita Vissuta, raccontate con grande eloquio e con un buon Toscano sempre tra le dita.

A me, ventenne con poca esperienza della vita, lui metteva soggezione: aveva solo cinque anni in più, ma la sua altezza e la sua voce resa profonda dal fumo dei sigari, m’intimorivano.

Andrea, ma per tutti era “Il Pinketts”, abitava da sempre nel quartiere con la sua mamma Mirella.

Un giorno la tranquilla vita a bordo della gelateria venne scossa da un manoscritto. L’aveva portato Monica, la sorella di Gianmario, che con Stefano e Nicola era uno degli affascinati dai racconti di Vera Vita Vissuta. Si trattava di un manoscritto battuto a macchina, rilegato a spirale e con la copertina in acetato. Nel 1987 si usava così. Monica, che abitava anche lei in Piazza Bolivar, lo aveva ricevuto direttamente dal Pinketts, l’aveva letto e ne era entusiasta: “Dovete leggerlo assolutamente!”. Quando hai vent’anni nel 1987, fa caldo, sei nel limbo formato “attesa delle vacanze” e mangi gelati ascoltando le storie di  Vera Vita Vissuta fantasticando su quale sarà la tua, non puoi dire di no.

Così quel manoscritto passò di mano in mano, di casa in casa e venne restituito puntualmente al suo autore perché noi ragazzi degli anni ’80 eravamo di parola e leggevamo.

Io lo lessi tutto d’un fiato: era un thriller ambientato tra Milano e il Trentino – regione di origine di Andrea dove da bambino trascorreva le vacanze estive a casa della nonna – e, nonostante il genere, quel manoscritto faceva ridere, molto ridere; i giochi di parole, in primis, quasi dei non sense che per noi avevano un senso poiché tutti frugavamo tra le pagine per recuperare pezzi di Piazza Bolivar e dintorni poiché sapevamo che lui, già grande futuro scrittore, aveva camuffato e romanzato pezzi di vita. La sua vita. E magari la nostra.

Monica continuava a ripetere che doveva assolutamente essere pubblicato, che dovevamo aiutarlo, proporlo a qualche casa editrice. Beata ingenuità… ops, gioventù.

Arrivarono le vacanze, la compagnia si sciolse, poi con la caduta delle foglie si ricompose per poi sciogliersi definitivamente con l’arrivo dei primi freddi. “Compagnia del fil di ferro”, appunto! Ognuno di noi iniziava a vivere la sua vita di giovani adulti cercando di realizzare il proprio sogno. Ogni tanto il pensiero andava a lui e a quel manoscritto che tanto aveva segnato la nostra estate dell’87.

Con il passare degli anni avevo notizie del Pinketts dai giornali, dalla TV (mitiche le sue partecipazioni al Maurizio Costanzo Show) o da mia madre che frequentava la mamma di Andrea e sapevo tutto dei suoi romanzi, delle sue intemperanze, del suo “ufficio” a Le Trottoir – prima in Corso Garibaldi, poi al Ticinese - e delle sue numerose stilografiche che spesso perdeva: avere una Montblanc tutti i Natali era la sua personale tradizione natalizia. Scrivere un romanzo con una Montblanc tra le dita tenendo contemporaneamente un sigaro e un bicchiere non è da tutti… quella G, in fin dei conti, non era un caso. Funambolo delle mani e funambolo della parola.

Ogni tanto lo incontravo in Piazza Bolivar dove camminava indossando colorati cappelli, sempre portati con eleganza e con l’immancabile rassegna stampa sotto il braccio. Ogni tanto mi salutava, a volte, invece, non mi vedeva, perso com’era nei suoi pensieri. Un giorno lo incontrai all’edicola e mi chiese se ero ancora sposata. “Da cinque anni” risposi. Ammutolì per poi dirmi con un gran sorriso vagamente affettuoso accompagnato da uno sguardo liquido “Un record, di questi tempi. Questa sì che è una notizia!”. Da quel momento la mia soggezione svanì magicamente.

Dopo aver seguito qualche puntata di Mistero, lo vidi l’ultima volta alla presentazione di un suo libro a Chiavari ed ebbi la conferma di quanto fosse arguto, disponibile  e di gran cultura.

Tirerò fuori dalla libreria ‘Lazzaro Santandrea’ il suo alter ego, la cui storia era stata battuta a macchina e rilegata con la spirale che tanto ci fece emozionare, ridere e sognare in quell’estate dell’87 alla gelateria di Piazza Bolivar. Solo che il Lazzaro che verrà fuori dalla mia libreria ha una copertina colorata, il logo di una casa editrice (MM Edizioni) e reca la data del 1992.

La Monica ci aveva visto lungo.

(Simona Borgatti)

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  Il tempo mi è nemico, mi porta lettere, pensieri, ricordi. Non sempre il mio cuore greve dal distacco, del silenzio che mi circonda, mi consente di rispondere a breve termine. Per questo ritardo, mi permetto di chiederti scusa se ho abbreviato la tua lettera, lasciando ovviamente il contenuto più importante che riguarda l’immagine che tu hai di mio figlio. La sua aria di duro (ma aveva anche delle dolcezze che naturalmente non riservava a tutti, come è giusto che fosse), i suoi sigari, i colori vivaci che ostentava, il suo camminare imperioso, la sua sicurezza, i cappelli prestigiosi (tutti rigorosamente Borsalino), il sigaro, il boccale di birra, che disegnavano il suo personaggio così eclatante, carismatico. Emanava il fascino del suo aspetto, della sua immensa cultura, della consapevolezza di chi era e di chi sarebbe diventato.

Lui giocava con le parole, come un artista di strada, mutandole, come un miracolo, in storie incredibili, che attiravano  e creavano personaggi indimenticabili, con atmosfere magiche.

Andrea con Morgan era il re della notte dalla quale traevano insieme personaggi che rimangono scolpiti nella memoria. Morgan, suo compagno di strada, componeva le sue canzoni più belle, più intime, arrapanti sul piano fisico e spirituale. Marta Marzotto, grande amica di Andrea e cultrice appassionata e coloratissima dell’arte, espressa con qualsiasi sfumatura, si univa, talvolta fisicamente e sempre spiritualmente, in questi vagabondaggi letterari, musicali, artistici.

La genialità va di pari passo con la mancanza assoluta di immobilità spirituale. La fantasia ammuffita dal quotidiano, è l’incapacità di volare lontano dove non arriva.

Loro se ne fanno proprio un baffo!

Tanto di cappello, sussurra la Marta (alla milanese) e mi arrivano, stupendomi, dal sussurro di una nuvola, due risate scroscianti che inneggiano la stravaganza.

Ricordo la gelateria, mi pare che fosse azzurra. Naturalmente le mamme erano assenti. Le pareti emanavano giovinezza, illusioni, sogni. Quelli di Andrea si sono realizzati, anche di più. La genialità è anche compagna di incongruenza ma esplode nel luogo e nel tempo. Ricordo, rivedendo la sua immagine, l’eccentricità e come diceva Oscar Wilde: “La moderazione è una cosa fatale. Nulla ha più successo dell'eccesso”.

Simona, Andrea ti sorride, grato del tuo ricordo.

La gentile Manuela mi ha fatto un dono inatteso

Il mio incontro (scontro) con Andrea Pinketts avvenne alla Feltrinelli di Corso Vittorio Emanuele. Ero emozionatissima di incontrarlo, era con il direttore del negozio che faceva gli onori. Se non che, la mia migliore amica si girò ed esclamò ad alta voce: "Manu, guarda, c'è il commentatore dell'Isola Dei Famosi!". Se avessi potuto, mi sarei scavata una fossa da sola, ci scambiammo uno sguardo imbarazzato in una sospensione temporale surreale, ad un certo punto Pinketts scoppiò a ridere e si rivolse al direttore: "Io, il più grande scrittore noir in Italia, passerò alla storia come commentatore di Adriano Pappalardo!".

(Manuela Rigoli) –commento al post FB – 23 febbraio 2021

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La gentile Manuela mi ha fatto un dono inatteso. Nelle sue parole ho sentito lo scrosciare della risata di mio figlio. Non era il caso di ridere ma lui era una persona tollerante che con molta classe non si stupiva delle lacune intellettuali della tua amica; è comprensibile il tuo giustificato imbarazzo. Scambiare il grande scrittore (lo era già allora) per un commentatore di Pappalardo, senza nulla togliere a questo, oltrepassava il senso della carenza di interessi culturali. Con gli amici, come diceva Goethe, è preferibile che ci siano affinità elettive altrimenti lo stare insieme è un soliloquio. Grazie gentile Manu di aver rievocato questo episodio e soprattutto della tua emozione nell’incontrare l’autore geniale e di gran classe, te ne sono grata.