REPUBBLICA - 17 NOV.2018

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L'intervista

"lo, supereroe prendo a calci la malattia”

Lo scrittore Andrea G.Pinketts oggi al flash mob "Milano legge Milano” 

“Parlo da un altro pianeta”, dichiara Andrea G. Pinketts. Lo scrittore milanese, classe 1961, è ricoverato al Blocco Nord dell'ospedale Niguarda. Oggi alle 12 nella sala accettazione al piano terra del suo Blocco, Pinketts fa un reading tratto dalle sue opere nell'ambito del flash mob letterario "Milano legge Milano". Da -Il senso della frase- a - Il conto dell’'ultima cena-, che parla di apparizioni della Madonna e di miracoli, ristampato negli Oscar Mondadori con tempismo perfetto, come dice lui stesso, queste letture sono l’occasione per dare forza agli altri pazienti, nell'ambito di un BookCity sempre più presente nei luoghi di cura.

Come sta?

"Superato il problema numero uno, il carcinoma, se n'è presentato un altro alla spina dorsale. Due vertebre si stanno sfaldando. Sono entrato al Niguarda il IO ottobre per tre esami e non ne sono ancora uscito. Ieri sono andato al cinema, qui dentro, incredibile vero cosa siano diventati gli ospedali? Trasmetteranno anche la Prima della Scala. Ho visto II film Quasi amici, lo e il tumore siamo diventati così, quasi amici. Lo corteggio, lo Ignoro, ci lotto, cerca di Impossessarsi di me, ma con scarsi risultati".

Si sente lontano dalla Terra?

«La malattia, in due fasi, mi ha spedito nello spazio. Devo stare tutto il giorno a letto, quando riesco a muovermi devo usare una sedia a rotelle. E sto sperimentando il magico mondo della morfina. Ti seda, ti fa passare il dolore, ma genera anche delle crisi violente. Mi sono strappato i tubi da solo. Quando sono arrivato qui. Il personale medico credeva che fossi un pazzo furioso. Ora mi amano. Chiamano le mie parti intime “Ivan il Terribile"».

Cosa ha capito negli ultimi mesi?

«Riuscire ad avvicinarsi a un rasoio e a farsi la barba, un gesto che consideravo una seccatura, o ad alzarsi la mattina, qualcosa che diamo per scontato. Ce ne accorgiamo solo quando stiamo male. Ho imparato a dare un valore assoluto al presente. Vivo questi piccoli momenti al massimo. E ho avuto la prova di avere seminato bene. C'è un gran via vai nella mia stanza. Vengono a trovami anche se non li costringe nessuno; dalle “devote di Pinketts” (un gruppo di giovani donne sue amiche, ndr) alle ex fidanzate e agli amici uomini. Si è creata una succursale del Trottoir. Non mi fanno sentire malato, anzi, a volte fanno le loro cose, parlano tra loro, m'ignorano. Sono contento di essere un bellissimo sfondo, di essere trattato come se fossimo davanti a una birra».

Che effetto le fa la parola “futuro"?

«Penso al fattore "p". P come pannolone, ma anche come passato, si toma bambini, come presente, perché è necessario, e come il perturbante futuro. Lo considero un rito di passaggio che sto affrontando, come tutto il resto, con una forza e un coraggio che non credevo di avere. Mi sento un supereroe. Appena sono di nuovo In piedi un palo di «calcioni al tumore glieli do». 

Che senso ha BookCity negli ospedali?

«BookCity va bene ovunque e nei luoghi di cura si nobilita ancora di più. I libri non mi abbandonano mai, sono fondamentali per stare bene. Sto riuscendo anche a scrivere. La vita è una malattia. Facciamo almeno In modo che sia una malattia dolce. Mi considero un "ragazzo" fortunato. L'Immunoterapia si può fare da poco tempo, da quando sono qui. Mi ha aspettato».

Cosa fa al flash mob?

«Da re degli Improvvisatori, decido negli ultimi cento secondi. E presto torno sulla Terra».

- a.bri.



REPUBBLICA - 05 SET.2018

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Milano Estate

L'approdo Taccuini supplementari

In un pomeriggio d'allucinazione ho visto bambine color cuba libre alte almeno un metro e ottanta

Testo di ANDREA PINKETTS Fotografie di NICOLA MARFISI


Mi facevo accompagnare dal maestro Zac musico, prosatore e occasionalmente driver sotto l’occhio ceruleo di Chiara Ferragni trasformato in logo e ho temuto di prendere l'influencer. In piazza Gae Aulenti trovo “L’Avventura", ma quella del regista Antonioni il capolavoro dell’incomunicabilità.

Piazza Gae Aulenti. La fine della pista", direbbe G.L. Bonelli. ossia Tex In persona, a Joe R. Landsdale. una persona del Texas con lo stesso viziaccio di creare leggenda. Già. la fine dalla pista, in una Milano agosto western che Repubblica ha raccontato per zone, suggestioni e punti cardinali.

In un agosto alle prese con le macerie, il delitto perfetto e un nuovo gioco acquatico, “Il migrante saltarello", che pare non vedrete all'Acquafan di Riccione, quattro giornalisti senza macchia, se si esclude il sudore, hanno attraversato i punti cardinali di cui non voglio più sentir parlare, per raggiungere la fine della pista: piazza Gae Aulenti.

Per me la pista è iniziata con una telefonata di Piero Colaprico, con cui giocavamo agli indiani e cow boy nella Milano da bere:"Pinketts. Mi piacerebbe che tu chiudessi il percorso a modo tuo raccontando Piazza Gae Aulenti".

"Non se ne parla nemmeno. Come ben sai sono reduce da radio e chemioterapia a cui, per non farmi mancare nulla, ho pensato bene di aggiungere un'overdose di morfina decuplicando la dose prescritta. E poi a me. Puzza Gae Aulenti...".

"Ripensaci. Abbiamo tutto il mese".

Ho chiamato altre quattro volte il Kola, sempre per dirgli che pur avendoci ripensato, non se ne poteva far nulla. L'ho disturbato anche in vacanza per un bel No definitivo, senza rancore. Nel frattempo mi facevo accompagnare un giorno si e…

"Una voce mi riporta alla realtà: “Ghe ne minga de manga, pistola. L’è Milan!" ed è un piacere tornare in Garibaldi

DICE PINKETTS

…uno no dal maestro Zac, musico, prosatore e occasionalmente driver in piazza Gae Aulenti, di giorno e di sera per "vedere l'effetto che fa".

Nord, sud, est, ovest e alla fine lei, vincitrice del premio Landscape Institute Award come piazza più bella del mondo. Non so cosa avessero consumato i passeggeri giurati nella diligenza che li ha condotti sino alla base della piazza sopraelevata. Ormai sono un veterano. Delle medicine e di piazza Gae Aulenti. In un pomeriggio di inizio agosto ho visto due bambine color cuba libre alte almeno un metro e ottanta, cercare di giocare con lo scivolo di un metro e cinquanta dell'anacronistico parchetto giochi per bambini poveri sotto il Bosco Verticale. Chiaramente un'allucinazione. Ieri sera si erano trasformate in due ragazze simil finlandesi tra i sedici e i quarantatre anni, che si fotografavano l'un l'altra con la malizia dell'innocenza in mini abiti di pizzo color malva e giallo canarino. C'è una parte di me che non si è ancora ripresa dalle terapie. È quella che da corso Como mi fa salire per via Vincenzo Capelli, sotto l'occhio vigile e ceruleo di Chiara Ferragni trasformato in logo. L'estate non è una stagione, è un'arredatrice di esterni con una bionda inquietante sacerdotessa pronta a sacrificarti per lei, anziché a sacrificarsi per te.

Concessionari di auto di lusso, orologerie per le quali il lusso non è certo un passatempo e persino il Food District, sono guardati a vista dall'unica entità presente superiore anche a Chiara Ferragni. È Lui.

Duecentotrentuno metri di incombenza.

Un grattacielo che domina anche sul suoi fratelli minori, che se non fosse per le lucette rosse anche loro luciferine, sembrerebbero le creature di Giullermo Del Toro in Mimic: un'imitazione dell’essere umano che, non potendo dare forma alle nuvole, cerca di assorbirlo. Poi se abbassi lo sguardo, torni alla realtà.

Turisti, famigliole, cinesi, arabi (e qualche compaesano dell'Expo) che vogliono controllare che fine abbiano fatto i loro investimenti. In effetti le caratteristiche del progetto sono state nutrite a dovere. Un pranzo nuziale per sposare architettura, arte, sostenibilità ad aggregazione sociale. Non posso esprimermi sotto il profilo architettonico.

Mi è proibito esprimermi.

Da quando all'Eur ho ballato seminudo la danza della pioggia per far sparire la Nuvola di Fuksas, se si escludono disegni tribali, non vengo interpellato sull'argomento.

L'aggregazione sociale in pieno agosto ha altre mete privilegiate più appetibili. Però il mio lato umano anche provato dalla convalescenza prende il sopravvento. Schivando il Solar Tree, l'albero luminoso prodotto da Artemide, e le "Voci della città" di Garruti, ventitré trombe dorate che trasferiscono suoni dal sottosuolo al livello piazza e viceversa, entro al Bistrot Libreria Red Feltrinelli. Read, eat, dream. Io leggo, mangio, sogno.

Purtroppo posso bere solo acqua minerale naturale. Ma tornerò, è una promessa. Protetto da una frase di George Bernard Shaw. - Non c'è amore più grande di quello per il cibo-, e: «Una stanza senza libri è come un corpo senza anima», di Ovidio, potrei anche andarmene.

Ma ho fatto i conti senza il Bosco Verticale. Un polmone verticale che abbraccia un cemento, non si sa quanto consenziente, con un'enorme reception al posto della portineria, non è che ti fàccia esclamare «Home sweet home» di primo acchito.

Certo è terrifìc, nell'accesso positivo del termine in inglese. Ma chi ci vivrà dentro e come sarà arredato? L’interno della meraviglia sarà rivestito di marmo pregiato e lapislazzulo o un Bates Motel senza madre impagliata ma neanche rifiniture?

Che il Bosco Verticale sia ipnotico come l'occhio di chi sapete voi, è un po' che non la citavamo, è innegabile. Ma cosa ci aspetta all'interno di qualsiasi bosco?

Quand'ero bambino abitavo in viale Piave. Durante il suo mormorio io correvo tagliando viale Maino verso i giardini pubblici (oggi Montanelli). Mi sembravano sconfinati ma questo ci sta nel rapporto età statura. Le rocce erano le Rocky Mountain su cui sbucciarsi virilmente le ginocchia.

Uscivi di casa e ti trovavi di fronte l'avventura.

Arrivo in piazza Gae Aulenti e cosa mi trovo davanti? L'Avventura. Ma quella di Antonioni. Il capolavoro dell'incomunicabilità. Non c'è niente da fare.

Piazza Gae Aulenti non è la fine della mia pista. È Milano che cambia senza avvisarmi per tempo.

Zac annuisce sei volte di fila, come un pupazzo a molla. È conciliante. Per non farmi preoccupare.

In realtà so che ama la Milano napoleonica.

Ho una nuova allucinazione. Mi sembra di essere "dentro" un fumetto giapponese, un manga. Poi la voce del musico, prosatore e driver per l'occasione mi riporta alla realtà:

«Ghé né minga de manga. pistola. L'è Milan».

P.S. è un piacere rimettere i piedi su corso Como e corso Garibaldi. Sto già meglio. Sono anche riuscito a sfuggire allo sguardo di Chiara Ferragni. Non vorrei che mi avesse attaccato l'influencer.

 

 

La passerella                     I metalli

Si sono aperte                   La scala mobile,

(foto grande)                     altissima, che porta

nuove prospettive           alla piazza con i

lungo la passerella           giochi d'acqua; le

che porta all'isola, o         trombe della

che finisce dietro             “scultura pubblica"

i grandi alberghi               di Alberto Garutti;

di piazza della                   scalemobili e

Repubblica, o che             ascensori ripresi

permette di salire e         dall'alto, con

scendere verso                 ragazza che scatta

corso Como: il                   un'immagine, atto

traffico che scorre           frequentissimo nel

sulla strada non                 nuovo centro di

"arriva" all'udito          Milano





Repubblica -12 apr.2018


Lo scrittore

Tra Rocky IV e la fata Turchina Pinketts scherza anche sul tumore

Non vuole un “coccodrillo preventivo" e al bar annuncia di dover curare una malattia "con un nome inaccettabile per chi ha il senso della frase"

Piero Colaprico

«Sin da piccolo dimostra una per­tinace tendenza all'insubordinazionee alle armi da fuoco, specialmente a quelle puntate contro di lui»: così nella biografia sul sito ufficialee adesso Andrea Pin­ketts ha deciso di ribellarsi a un altro nemico.

«Già dal nome, carcinoma squamo cellulare, fa schi­fo, ed è inaccettabile per uno con il senso della frase. Quindi - dice Pinketts,56 anni - ho deciso di fare immediatamente come Rocky 4, che lotta contro Ivan Drago. È più grosso del doppio, ma ogni drago può essere sconfitto. Ora, come diceva John Wayne, questo "bigC. stato individuato e verrà abbattuto con un mese e mezzo di sedute quotidiane. Lui sarà aggressivo, ma non conosce quanto lo sia io».

Sono passati quasi trent'annida quando Pinketts esordì a Milano con un libro e cominciò a girare con sigaro toscano e capello da mandriano. Con un gruppo di giallisti, che forse s'immaginavano appartenere a una sorta di Scapigliatura post-moderna, ci si vedeva spesso, specie di sabato mattina, per l'aperitivo, alla Libreria del Giallo di Tecla Dozio. Pinketts, da allora, ne ha combinate più o meno di ogni, compreso fingersi un attore porno sadomaso, ma mai (mai) s’è mosso a danno degli altri. E va detto. Anche se occorre lodarlo usando un so po' di prudenza: perché «questo colloquio -dice -non è il mio coccodrillo preventivo».

Ora, molto difficile pensare a un «coccodrillo preventivo», genere per ora inesplorato, per uno come Pinketts, che ha creato un personaggio alter-ego chiamato Lazzaro (Sant'Andrea di cognome): «Non c’è niente da nascondere, anche perché si vede, no? Tre settimane fa vado a farmi la barba e mi ritrovo con una pallina da golf nel collo. Estremamente impossibile, penso, averla inghiottita di notte. Quanto al giorno, non frequento il green, ma il bar. Mi rivolgo a un otorinolaringoiatra. Il dottor Ormellese, che sta a Niguarda, ed è come il gigante buono delle pubblicità anni Settanta. Mi porta dall'oncologa, Tiziana Cipani. che ha i capelli blu come la fata Turchina, e da Palazzi, che fa la radio, che ha un bizzarro senso dell'umorismo...".


"Verrà abbattuto con un mese e mezzo di sedute quotidiane: lui sarà aggressivo ma non sa quanto Io sia io"


La vita quotidiana, propria e altrui, con Pinketts diventa spesso una sorta di epica del surreale. Da giovane poteva ricordare il Keith Carradine di "I am easy", io sono semplice. Una canzone su un uomo che semplice non è, finge di esserlo («sono semplice, dì che mi vuoi, arriverò correndo, senza pensarci su, perché sono semplice»).

E se Pinketts ha tanti amici, ai quali ha dato appuntamento al bar per spiegare come stanno le cose, è anche perché «correndo» dappertutto ha seminato allegria e battute: «Un mese fa mi hanno dato il premio alla carriera “Attilio Veraldi”, e lì ho toccalo subito ferro. “Alla carriera? Mi sembra prematuro". Adesso, che per un po’ dovrò parlare pochissimo per le terapie, è appena uscito per la casa editrice Volume l'audiolibro “Lazzaro vieni fuori", letto da me. Paradossale, no? Anche a bocca chiusa, sono uno che ha voce in capitolo».


Il Giorno 30 gen.2018

  1. Milano
  2. Cosa Fare

Quando i vampiri scorrazzano nelle notti milanesi tra fascino e tormento

Martedì 30 gennaio all'Open More Than Book di Milano con Andrea Pinketts la presentazione dell'antologia "I Signori della notte"

Pubblicato il Ultimo aggiornamento: 

Naviglio Grande Foto@Wikipedia

Naviglio Grande Foto@Wikipedia

3 min

Milano, 29 gennaio 2018 - Lugubri, tormentati, affascinanti esseri demoniaci. I vampiri che scorrazzano nella notte milanese nei locali sul Naviglio Grande e diventano oggetto di studio di un noto psichiatra, che vagano nelle periferie bolognesi o nelle campagne della Maremma. O ancora che gestiscono cooperative in Sicilia.

Sperimentazione letteraria della nostra contemporaneitá. Simpatica e terrificante, distinta e scanzonata, sentimentale e spietata. Vampiri dai volti sempre diversi, che "vengono per popolare i nostri incubi ma anche per farci riflettere sulla bellezza della vita e del Paese in cui viviamo, sulle sue ingiustizie e mancanze". Personaggi che abitueranno il lettore a guardare il mondo con uno sguardo nuovo dopo aver divorato i 14 racconti dell’antologia “I signori della notte. Storie di vampiri italiani” a cura di Luca Raimondi (Morellini Editore).

Domani (martedí 30 gennaio) alle 19 da Open More Than Books a Milano (viale Monte Nero 6) la presentazione con lo scrittore noir Andrea G. Pinketts che ha anche curato la prefazione e alcuni autori: Danilo Arona (ritenuto dai critici uno dei padri fondatori del fantastico italiano), Silvana La Spina, Giuseppe Maresca, Fabio Mundadori, Sacha Naspini, Luca Raimondi e Lea Valti (la “Signora dei vampiri”) e Fabio Celoni (illustratore e sceneggiatore per “Dylan Dog”). “Sono sempre stato affascinato dai vampiri, dall’idea di dove nascessero che poi é la nostra immaginazione - racconta Celoni, disegnatore di Sesto San Giovanni alle porte di Milano -. Il grande dono che hanno in mano gli uomini é proprio l’immaginazione. Le idee che diventano realtá concreta. E una storia puó arrivare a cambiare il mondo”.

La potenza dell’immaginazione é un’arma immensa, “da sviluppare con molta costanza, come una muscolatura”. Nelle oltre trecento pagine che si sfogliano tra vicoli, piazze storiche, coste, alture, vallate e metropoli c’é il “buon sangue italiano”. “Un vino rosso - scrive Pinketts -. E rossa e coraggiosa é questa antologia che ribalta “l’usato sicuro” del vampiro che é aristocraticamente un migrante come il conte Dracula. Ma ha finalmente la cittadinanza italiana. E allora? Buona bevuta a tutti”.  

http://www.ilgiorno.it/milano/cosa fare/vampiri-...


Il Giorno 18 gen.2018

CRONACA

'Na bella statona de bronz per Gipinketts e quel Scespir rivisitàa

Prima se trovamom in di television peu un nel dì...

di ROBERTO BRIVIO

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Lo scrittore Andrea G. Pinketts con Alexia Solazzo (Newpress)

Lo scrittore Andrea G. Pinketts con Alexia Solazzo (Newpress)

Milano, 18 gennaio 2018 - Andreagipinketts! Per mi, on nomm pussè milanes de quest chi el gh'è no. Proeuva a dill Uei, Pinketts, te ghe set Voeuri parlà de ti. Me piasaria fa on progett cont on scultor per 'na bella statoa de bronz. Invece de la statoa del Paolo Incioda, come la farsa del Ferdinando Fontana, la statoa del GiPinketts. Da quanti ann se conossom Prima se trovavom in di television privàa (Telereporter, Antenna tri, Telenova) a propagandà ti i to' liber e mi i me. Peu on bel dì, gestivi allora el teater Ariberto, me vegn in ment de mett in scena ona commedia de Scespir (Shakespeare), ona de quej commedi d'avventura cont el final dolz e minga la solita tragedia. Pericle principe di Tiro. Uei, gh'era 'na part che savevi no a chi dàlla. Ghe voreva on attor autorevol che menass in port l'intera storia. Mia miè, Grazia Maria Raimondi, occupada allora nell'organizzazion del teater la m'ha dit “perché non telefoni a Pinketts”.

Uei, l'hoo faa. La prima risposta l'è stada, cont la vos stentorea che la te caratterizza, ona vos che on attor se la sògna perché l'è natural de stomegh (di petto), “ma io non sono un attore”. E mi gh'hoo dit. “Ti t'el set no, ma nel to' profond te set pussè che on attor. Basta guardat come te parlet, come te se fet scoltà dal pubblic, come te cambiet inflession, come te reagisset quand on quaivun el te dà contra, come te moeuvet i brasc, come te sgambet dominand chi te stà intorna. Alter che attor.” E ti ancamò in on ultima valorosa difesa per di de no a la mia proposta “No. Non ce la farò mai. Si trattasse di cinema. Ma a Teatro. Lo farei solo…” El cominciava a mollà. Vedevi ona scintilla de interess. “… solo ” “… solo se mi facessi recitare dalla platea…” Ormai l'era me, del teater e della commedia “ Ti te saret in sala. La toa part l'è prevista inscì. Ona specie de narrator che tira i fil di avveniment che imperversen su tutti i attor. Ti te cuntaret la storia de Pericle e de i disgrazi sovruman che ghe capiten fina a la fin quand el ciel, cont la soa benedizion, el tira i rèmm in barca. E chi l'è quel ciel Ti. Perché la vicenda l'è in la toa... come dis Dante Alighieri ” el me interromp cont ona ridada “...Loquela” . L'era me. Podevi fa' de lu quel che vorevi. ME SONT accort depeu che l'era minga vera. Innazitutt l'ha refudà de mettes la tunica bianca, peu l'ha vorsù on leggio cont a fianc ona riserva de birra, poeu l'ha comincià a dì che l'avaria improvvisà e a la fin l'ha vorsù dì quel che ghe pareva, minga da attor, ma da scrittor. L'è vegnù foeura on rifaciment de la commedia, per quant riguardava la soa part, che l'era sul fil del rèsò perché invece de cuntà la storia, la commentava, la criticava, el faseva ona lezion interpretativa che anticipava el quader successiv. On battitore libero ma osservant de quell che saria succes in scena depeu i so' intervent. Da allora ogni volta che se troeuvom ai so' o a i me presentazion el proclama che mi s'eri reussì a fa' de lu on attor e che lù l'ha migliorà Scespir.

Tutta 'sta storia per dì che questi caratteristich mi i 'u trovà nel so' ultim liber intitolà “Sangue di yogurt”. Trii story che pussè original e matt podeven minga vess e ona quarta, curta rispett ai alter, ma cont ona intensità forte e decisa. Gh'hoo miss on po' a orientamm, a entrà ne la soa scrittura, ma ona volta ciappàda, che degustazion! come cont on bon caffè! Perché propri de degustazion la se tratta. Assaporà pagina per pagina la storia, che la ven foeura minga de colp ma a tocchelin.

El primm l'è on giall, pussè che giald l'è ner, negher, noir. Quand el m'ha telefonà per invidamm a ona conferenza el m'ha domandà se gh'avevi ricevù el liber da l'editor. Avevi giamò leggiù la prima storia. Gh'hoo dit: “ Per mi Mike Spillane l'e' on dilettant. Ti te set no come lu. A l'è Mike Spillane che el someja a AndreaGiPinketts. T'è capii Ti te scrivet cont el sfottò incorporà. Te se toeut in gir perfinna nel bev, e chi te cognuss el sa quel che voeuri dì. L'è per quell che, tornand all'inizi dell'articol, voraria trovà on scultor che el te fasess ona statoa de bronz da mett a fianc del Napoleon cont i ciapp al vent nel cortil de Brera. Lu ch'el sembra ona Maja desnuda, ti col to' cappel de esplorador che te guardet in d'ona tazzona de birra intanta che te scrivet a man paroll colorà de ner, pardon, de noir.

E se gh'è on quaivun che el s'è minga accort del to' umorismo, basta ripetigh i nomm del second raccont: Dhemingway, Docky, Dayana, Deinstein, , Dambo, Dhulk, Duckenegger, Dino Ullallah. E ona massima rilevada a pag. 143. “Non vi proibiranno niente perché sanno che appena una cosa è proibita, ci sono le code, le file per iscriversi a farla”. Mi me accontentaria che ghe fudess gent in fila in di librerii per comprà 'sta geniada de liber che el te propon come terza storia on thriller con protagonista on riccio innamorà de ona donna. Ve anticipi el final degn de on Nobel. “ … all'uscita della discoteca Silvia (la donna) si rivolse a Fred (il riccio) «Sai che non ti ho mai dato un bacio Corre voce che se dai un bacio al rospo giusto, si tramuta nel principe azzurro. Proviamo » «Fai di me quello che vuoi» Silvia baciò Fred. Fred si tramutò in un rospo. (la copertina del liber l'è on olio su tela de Alexia Solazzo) 

di ROBERTO BRIVIO

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La Repubblica 16 dic.17

REPUBBLICA 16 DIC 2017













Pinketts un amico al bar “Leggere e disobbedire è il mio augurio di Natale"

Intervista

ANNARITA BRIGANTI

Chi frequenta il mondo dei libri milanese non può non averlo incrociato perchè Andrea G. Pinketts, tra i decani della nostra scena letteraria, è uno dei pochi scrittori che va anche alle presentazioni degli altri. Milanese, classe '61, una ventina di pubblicazioni all'attivo, Pinketts da venticinque anni ogni giovedì presenta un libro nel suo locale del cuore, il Trottoir, in Darsena, dove c'è anche una sala intitolala a lui. Che si tratti di un esordiente o di un nome grosso, dà spazio a tutti, purché non lo annoino.

Che annata editoriale è stata?

«Leggo troppi libri, uno al giorno, per scegliere qualche titolo in particolare, e ne presento moltissimi. Sono stato l'antesignano della "birreria letteraria", ma apprezzo molto la Milano di adesso. Una città viva».

Non c'è il rischio che ci siano troppi eventi?

«L'idea di sfidare Torino, l'anno scorso, con una Fiera negli stessi giorni, non mi è sembrata geniale, ma è meglio poter scegliere. Sono stato da poco alla Fiera di Roma. Lì è rimasta l'idea dell'evento come una festa, per vedere e farsi vedere. Le persone si mettevano in fila per fa Nuvola di Fuksas, più che per i libri. Milano invece ha ereditato qualcosa di asburgico. C'è più stile, rigore, anche nell'affollamento d’iniziative».

Ha un luogo che frequenta spesso, a parte il Trottoir? 

«Vado spesso alla libreria Verso, che a volte organizza anche due incontri al giorno. Non sto mai a casa. Se non ci sono occasioni per uscire, le creo».

Perchè scrive sempre nei bar?

«Uno dei miei romanzi s'intitola "Mi piace il bar". Sono convinto che Noè, scampato al diluvio, per prima cosa abbia creato un altare, per ringraziare chi lo ha aiutato, e poi abbia piantato una vigna. L'altare sarebbe diventato una chiesa, la vigna l'osteria . I due grandi luoghi di aggregazione che ancora ci sono rimasti. Detesto la tecnologia, la realtà virtuale, e trovo solo nei bar l'ispirazione. Sono posti in cui come diceva la battuta di un film "non puoi portare niente di piccolo". È tutto straordinario».

Di cosa parla "Sangue di yogurt", il suo nuovo libro?

«Sono quattro storie, ambientate in altrettante parti dei mondo, dalla Francia all'America, sulle tracce di assassini seriali, e non solo. Racconto emarginati orgogliosi di esserlo. La mia cifra è quella di unire tragedia e farsa. Ne parlavo con Margaret Atwood. Il mio modello, non proprio modesto, è William Shakespeare».

Cose farà  a Natale? 

«Occuperò il Trottoir, che è chiuso fino alle sei di pomeriggio, con la mia famiglia allargata. Una trentina di persone. Ci saranno i classici piatti natalizi».

Il suo augurio per i lettori? 

«Leggere, disobbedire e non combattere, se non per le cose giuste».



Sport Tribune 14 nov.'17


Il periodo Cannibale pt. IV

November 17, 2017

Adria Bonanno


«Aldilà dei nomi degli scrittori antologizzati, Gioventù cannibale indica un clima, una geografia, un paesaggio cambiati. Dopo il tempo della povertà e della solitudine, gli scrittori sono di nuovo orgogliosi (e disperati, naturalmente) di scrivere, sentono di avere un pubblico, minoritario ma reale, e di nuovo sono in sintonia con un lettore perché sono sulla stessa lunghezza d’onda, ne parlano la stessa lingua. O meglio, le tante lingue».

Severino Cesari, dall’articolo apparso sul n. 407 (2002) del Magazine Littéraire

Venerdì 10 novembre vi lasciavamo con un approfondimento contenente le interviste a Matteo Curtoni e Alda Teodorani. Oggi terminiamo invece la nostra caccia ai Cannibali con due autori che noi di Reader siamo felicissimi di aver potuto intervistare e speriamo che voi, attraverso queste parole, possiate rivivere un po’ le storie dei magnifici racconti con cui essi parteciparono alla «prima antologia italiana dell’orrore estremo».

Come hai vissuto l’esperienza Cannibale e cosa ti ha lasciato?

Stefano Massaron: L'ho vissuta benissimo. Al contrario, ho sentito di qualche mio collega «Cannibale» che in seguito l'ha disconosciuta. Per me è stata un'esperienza divertente e, soprattutto, qualcosa che stavo aspettando da tempo. Gioventù Cannibale è stato il primo sforzo editoriale (serio) italiano verso la narrativa di genere. Fino a quel momento, le case editrici guardavano i generi - soprattutto l'horror - con disprezzo totale. Io, insieme a qualcun altro nella raccolta, già scrivevo narrativa di quel tipo, quindi per me è stato un successo doppio. Finalmente avevo qualcuno che mi prendeva sul serio! Certo, probabilmente nessuno di noi poteva immaginare l'enorme successo che avrebbe avuto l'antologia, ma è stato comunque un esperimento di «rottura» verso quella che era la politica imperante nelle case editrici italiane. Che da allora si sono comportate di conseguenza. Gioventù Cannibale mi ha lasciato tante cose, ma la principale è questa: l'orgoglio di scrivere narrativa di genere.

Andrea G. Pinketts: L’obiettivo di Gioventù Cannibale era quello di coniugare gli scrittori di genere del ’63 con quelli degli anni ’90. Questo esperimento, a un anno dall’uscita di Pulp Fiction di Quentin Tarantino, riuscì pienamente e io vissi l’esperienza benissimo; l’antologia fu un ottimo espediente per coinvolgere autori diversi fra loro, ma, tutto sommato, amici di penna. Gioventù Cannibale non era un «movimento», ma un gruppo: un gruppo come I Magnifici 7 Quella sporca dozzina; ognuno di noi alla fine prese quindi la propria strada, ma credo che quel libro sia stato un segnale enorme per l’epoca e, soprattutto, un vero e proprio riconoscimento a una nuova generazione di scrittori. Grazie a Severino Cesari (che tra l’altro è recentemente scomparso) e Paolo Repetti ci fu una nuova ventata d’ossigeno, in cui “l’orrore” in realtà era squisitamente pretestuoso, come per dire: «Ci siamo anche noi, e siamo estremi proprio per non essere legati a un presente editorialmente asfittico». In conclusione, l’antologia fu un’opera di svecchiamento, anche se non tutti la videro così: ci furono parecchie critiche, ma sempre dai soliti vecchi tromboni; vecchi tromboni che noi, in qualche misura, poi abbiamo trombato.

L’esperienza Cannibale ha in qualche modo influenzato la tua carriera, da quel momento in poi?

Stefano Massaron: Assolutamente, l'ha influenzata moltissimo. In primis mi ha messo in contatto con Severino Cesari, che è stato il mio mentore sotto tanti aspetti. È scomparso di recente, e voglio approfittare di questa occasione per ribadire quanto è stato importante per me, quanto il suo credere in me e in quello che scrivevo mi abbia aiutato. Dal racconto di Gioventù Cannibale è nato poi il romanzo che ho pubblicato per EinaudiRuggine (che ha la stessa ambientazione e, più o meno, gli stessi bambini come protagonisti), che in seguito è diventato un film. Quindi devo dire, senza alcuna ombra di dubbio, che l’antologia, e soprattutto Severino, hanno contribuito a influenzare moltissimo la mia carriera futura.

Andrea G. Pinketts: L’antologia uscì nel ’96 e la mia carriera era già decollata: all’epoca infatti uscì Io, non io, neanche lui, il mio quarto romanzo con Feltrinelli. Il fatto che nello stesso anno due grandi case editrici, lontane ma allo stesso tempo vicine come possono esserlo Feltrinelli ed Einaudi, si occupassero di me, o viceversa, io mi occupassi «per» loro, o meglio, mi preoccupassi per loro e per il mio futuro, non è stato un riconoscimento nel «carniere» dei riconoscimenti come può esserlo per uno scrittore alla prima pubblicazione; è stato sicuramente un enorme riconoscimento, come una medaglia; ma era comunque già la quinta. Al valore. E alla resistenza, se vogliamo, perché, prima di quegli anni, fu davvero difficile resistere quando gli editori mi ignoravano.

Quali sono i tuoi progetti per l’immediato futuro?

Stefano Massaron: Mi sto orientando sempre più verso l'ebook, al momento. Penso che sia davvero il futuro della narrativa. Sono arrivato a un'età in cui, sinceramente, non mi importa più nulla dei riscontri «commerciali» di quello che scrivo. L'editoria italiana è fatta in modo tale che il successo raramente dipende dalla qualità della scrittura, quindi non me ne curo più. Penso alla qualità e basta, e a scrivere quello che voglio. Attualmente, sto lavorando a un thriller e, in contemporanea, a un enorme progetto di fantascienza distopica, che ho anche cominciato a tradurre in inglese per provare a sondare il mercato americano. Continuo a fare il traduttore, mestiere che mi piace moltissimo e che mi dà tante soddisfazioni, e nel tempo che rimane dalle traduzioni lavoro a questi due progetti. Il thriller è in realtà una lenta discesa verso la follia, se vogliamo si può chiamare thriller «intimista», anche se la definizione mi fa un po' ridere. Mentre l'epopea fantascientifica ha già avuto ottimi riscontri su Amazon (ho pubblicato il primo «capitolo» - oltre 100 pagine), per Kindle (in una raccolta che si intitola Distopie), e ora sto lavorando agli altri. Ci metterò anni a portarlo a termine, perché sono sicuro che supererà le 2000 pagine... chissà, magari prima o poi riuscirò a finirlo.

Andrea G. Pinketts: Attualmente sto lavorando con la pittrice Alexia Solazzo a una mostra che prende vita dai miei racconti. I temi principali sono la paura e le fobie, che, è bene specificarlo, non sono la stessa cosa. Il titolo di questo progetto è Face Your Phantoms e nasce appunto da alcuni racconti estremi, uniti a dei quadri altrettanto estremi; forse proprio a questo tipo di lavori mi è servita l’esperienza con Gioventù Cannibale, non ci avevo mai pensato. La mostra comunque esiste già, e una delle peculiarità del catalogo che abbiamo presentato per la mostra è che i racconti sono interrotti; in realtà questi hanno una conclusione, ma solo quando tutto ciò diventerà libro (e mancano ancora quattro paure, quattro racconti e quattro quadri) si saprà come andranno a finire le storie. L’originalità di questo sta innanzitutto nel concetto di pulp (tornando anche a Gioventù Cannibale) e nel fatto che sì, una storia a puntate è già un classico della letteratura, ma un catalogo d’arte a puntate non si era mai visto. E non si vedrà più perché poi, fra circa un anno e mezzo, diverrà libro. Ci stiamo lavorando già da un bel po’ di tempo, e ne sono molto soddisfatto.

Stefano Massaron Andrea G. Pinketts parteciparono rispettivamente all’antologia con i racconti Il rumore e Diamonds are for never. Il primo affronta temi attuali come il bullismo, o meglio, il bullismo quando sfocia in qualcos’altro, qualcosa di più grande. Il secondo invece, ci insegna che non c’è nessuna differenza «tra un uomo immaturo e un cane troppo maturo». E tante altre cose.

Come già anticipato, la caccia ai Cannibali si conclude qui (per ora), ma ciò non significa che questo sarà l’ultimo approfondimento del periodo Cannibale, perché noi di Reader ormai ci siamo affezionati e di smettere non ne abbiamo proprio intenzione. Non ancora!


REPUBBLICA 2 nov.2017


IL GIORNALE 27 ott.2017


Ora - 26Ott.17

L'immagine può contenere: una o più persone e sMS


IL GIORNO 12 ott.2017 - (estratto)

CULTURA - di ROBERTO BRIVIO

Pubblicato il 

E foo ona considerazion general. Gh’hemm vorsù slongà la vita de tucc? Semm content de avegh visin per pussè temp i noster genitor? E allora perché dagh minga la possibilità de viv ben, ovunque. Anca psicologicament, anca per el temp liber, anca per la cordialità, cont el rispett che se meriten. E certi volt hinn anca i fioeu (figli) a mancà, a ciappaj sott gamba, a stuffiss se gh’han ona quaj intemperanza. Ma lassemela lì. Anca perché sui giornaj se leggen di robb da fa’ vegnì la pell d’oca. E a proposit de pell d’oca el noto scrittor Andrea G. Pinketts l’ha tentàa de falla vegnì a on sac de gent giuina, de mezza età e de età complètta a la presentazion de on liber su la paùra, quasi on catalogo, in doa el mostrava anca di quader che raffiguraven el terror, l’orror. Ghe n’era vun, la pittrice la se ciama Alexia Solazzo, che el m’ha colpì per la soa veridicità riguardo i donn. Invece de raffigura pugnal, pistol, metodi de assassinament, gh’era ona corona de donn che guardaven voeuna che la partoriva on fioeu e cercaven de mandal denter anziché tirall foeura, quasi a negàgh la possibilità de fàa mal ona volta nassù. El spiegava Pinketts che el progett l’era ona innovazion. Lu l’aveva si scritt i stori del cosiddetto programma, ma se fermaven a trii quart. L’ultim quart el podeva vess inventàa dal lettor che se el voleva conoss come l’avaress scritt l’Andrea Pinketts el doveva spettà la prossima mostra tra on ann. On’idea pinkettstianan che la me par ona geniada.

Si, in editoria hann fàa de tutt: on liber che a scompoll el cambia el sens de la storia, on liber cont i paroll de mett insema come vess in tipografia, liber che comincen dall’ultima pagina, ma ’sta idea de spettà on ann per savè la fin de ona composizion, a meno che ghe sia on quaivun che la completta, me intriga e come mi anca tanti che l’altra sera a Le Trottoir, Porta Ticines, vun di duu casej dell’ex dazio, ai lati de la Porta Trionfal che la dà su San Gottard, hann presenziàa a la dotta presentazion de Andrea Pinketts, el scrittor di noir, conferenzier, attor. L’ha fàa anca quell. Al Teater Ariberto, gestion Società del Teatro della Musica e del Cinema. Mi fasevi el regista e avevi ciamà Arnoldo Foa per la part del conduttor de Pericle principe di Tiro de William Shakespeare. L’era impegnàa. Grazia Maria Raimondi, che la me faseva de aiuto alla regia la me dis “perché te proeuvet no cont Pinketts!" Uei, l’hoo ciamàa, l’è vegnù, l’ha vorsu nient, e m’ha fàa on success che quasi quasi la gent la vegniva domà per lu. El reinterpretava Shakespeare, lu el dis “migliorandolo", commentànd i quader in scena e al post de spiegà quell che el sarìa succedù, come l’era nel test original, el faseva la critica ai temp, ai personagg e agli intrigh dell’epoca. L’Università, facoltà di lettere, a Teater tra la meraviglia del pubblic che el se trovava in mezz a ona lezion sceneggiada. Quand ona persona l’ha sa quell che dis, come dill e pronunciall ciar a vos forta, la vinc semper. El de vess genuin, ver, come el Pinketts. I frequentador de Le Trottoir cont in man bevand e mangià de l’ Ora Felice (happy our) hinn stàa in silenzi squass on ora a sentì l’Andrea, l’ Alexia e Tizio Caio e Sempronio tra i quai ghe s’eri anca mi insema a la Raimondi. Sont restà de sass quand, come final del me intervent, giustificaa hoo dit “Chi volta el cu a Milan volta el cu al pan", e hoo constatà che hann ridù tucc per convenienza ed educazion, senza capilla. Quand l’hoo spiegada, applausi. Per benedì ‘sto giornal e la mia pagina concludi cont: “I glossari tant definizion ne dan/ma quand a se dis danèe se dis Milan/el sann propi tucc, anca i ratt de granee/ che quand a se dis Milan se dis danèe!"

Roberto Brivio


Faccio una considerazione generale. Abbiamo voluto allungare la vita di tutti? Siamo contenti d’avere vicino per più tempo i nostri genitori? E allora perché non dar loro la possibilità di vivere bene, ovunque. Anche psicologicamente, anche per il tempo libero, anche per la cordialità, con il rispetto che si meritano. E certe volte sono anche i figli a mancare, a prenderli sotto gamba, a stufarsi se hanno una qualche intemperanza. Ma lasciamola lì. Anche perché sui giornali si leggono di cose da far venire la pelle d’oca. E a proposito di pelle d’oca, il noto scrittore Andrea G. Pinketts, ha tentato di farla venire ad un sacco di gente giovane, di mezza età e d’età completa, alla presentazione di un libro sulla paura, quasi un catalogo, dentro il quale si mostravano anche dei quadri, che raffiguravano il terrore, l’orrore. Ce n’era uno, la pittrice si chiama Alexia Solazzo, che mi ha colpito per la sua veridicità riguardo le donne. Invece di raffigurare pugnali, pistole, metodi di assassinamento, c’era una corona di donne che guardavano una che partoriva un figliolo e cercavano di mandarlo dentro anziché tirarlo fuori, quasi a negargli la possibilità di far del male, una volta nato. Pnketts spiegava che il progetto era un’innovazione. Lui aveva si scritto le storie del cosiddetto programma,  ma si fermavano a tre quarti. L’ultimo quarto poteva essere inventato dal lettore che se voleva conoscere come l’avrebbe scritto Andrea Pinketts, doveva aspettare la prossima mostra tra un anno. Un’idea pinkettsiana che mi pare una genialata. Si, nell’editoria hanno fatto di tutto: un libro che a scomporlo cambia il senso della storia, un libro con le parole da mettere insieme come ad esser in tipografia, libri che cominciano dall’ultima pagina, ma quest’idea di aspettare un anno per sapere la fine di una composizione, a meno che ci sia qualcuno che la completi, m’intriga e come me anche tanti che l’altra sera a Le Trottoir, Porta Ticinese, uno dei due caselli dell’ex dazio doganale, ai lati della Porta Trionfale, che da su San Gottardo, hanno presenziato alla dotta presentazione di Andrea Pinketts, lo scrittore di noir, conferenziere, attore. Ha fatto anche quello. Al teatro Ariberto, gestione Società del Teatro della Musica e del Cinema. Io facevo il regista e avevo chiamato Arnoldo Foa per la parte di conduttore di Pericle principe di Tiro di William Shakespeare. Era impegnato. Grazia Maria Raimondi che mi faceva d’aiuto alla regia, mi disse “Perché non provi a contattare Pinketts?”. Uei, l’ho chiamato, è venuto, non ha voluto niente, e mi ha fatto fare un successo che quasi quasi la gente veniva solo per lui. Reinterpretava Shakespeare, lui dice “migliorandolo”, commentando i quadri in scena e al posto di spiegare quello che sarebbe successo, com’era nel testo originale, faceva la critica ai tempi, ai personaggi e agli intrighi dell’epoca. L’Università, facoltà di lettere, a Teatro tra la meraviglia del pubblico che si trovava in mezzo a una lezione sceneggiata. Quando una persona sa quel che dice, come dirlo e pronunciarlo chiaro a voce forte, vince sempre. Deve essere genuino, vero, come Pinketts. I frequentatori del Le Trottoir con in mano le bevande e il mangiare dell’ Ora Felice (happy our) sono rimasti in silenzio per quasi un’ora ad ascoltare l’Andrea, l’ Alexia e Tizio Caio e Sempronio tra i quali ero inserito anch’io insieme alla Raimondi. Sono rimasto di sasso quando, come finale del mio intervento, giustificandomi ho detto la frase “Chi volta el cu a Milan volta el cu al pan"(chi volta il culo a Milano volta il culo al pane), e ho constatato che hanno riso tutti per convenienza ed educazione, senza capirla. Quando l’ho spiegata, applausi. Per benedire questo giornale e la mia pagina, concludo con:

“I glossari di definizioni ne danno tante

 ma quando si dice denaro si dice Milano

 lo sanno proprio tutti, anche i topi da grano

 che quando si dice Milano si dice denaro!”


http://www.ilgiorno.it/milano/cultura/dialetto-bri...

CronacaVera 24 ago '17


CENTRO PAGINA - 21 ago'17

Pinketts: «L’ispirazione la trovo al bar»



Lo scrittore ha presentato ieri il suo libro in piazza delle Monnighette: storie a puntate come nel feuilleton. Un'iniziativa organizzata da associazione musicale Valvolare e Hemingway Cafè

 - di Eleonora Dottori  

JESI – Ospite ieri sera nel centro storico della città, l’autore Andrea Pinketts che ha presentato la riedizione del suo “Sangue di Yogurt”.

Invitato dall’associazione culturale jesina Valvolare, lo scrittore è stato ospite ieri sera all’Hemingway Caffè: «Non amo le Marche, anzi, non amo i marchigiani – ha esordito Pinketts, spiazzando i presenti -. La realtà è che ho sentito il bisogno di entrare a gamba tesa su un territorio così straordinario». E sul suo modo di lavorare ha detto: «Uno scrittore non è mai solo, può scrivere in solitudine ma viene comunque a contatto con lo spirito umano. Io generalmente scrivo al bar: per farlo mi serve un foglio, ebbene si, ancora uso i fogli per scrivere, e una penna. Il resto è capolavoro». “Sangue di Yogurt” è una riedizione cui Pinketts è molto affezionato, come aveva rivelato a Centro Pagina: «E’ un libro che nasce nel 1992 e di quei tempi era la prima copertina. Sono una serie di racconti che ho scritto come “mercenario”, nel senso che mi erano stati chiesti per essere pubblicati a puntate. Poi la ristampa e questa nuova copertina firmata da Alexia Solazzo che l’ha realizzata appositamente per il libro».



CENTRO PAGINA - 18 ago'17


Andrea G. Pinketts e i “non-lettori”

Intervista allo scrittore e giornalista italiano, domenica a Jesi con il suo "Sangue di yogurt" nell'ambito degli aperitivi letterari organizzati in piazza delle Monnighette

Di Eleonora Dottori

 -18 agosto 2017

Andrea G. Pinketts

JESI – La nuova edizione del libro “Sangue di yogurt” di Andrea G. Pinketts sarà presentata domenica sera in Piazza delle Monnighette. L’appuntamento è alle 20 all’Hemingway Cafè: scrittore e giornalista italiano, Pinketts sarà per la prima volta a Jesi con uno dei suoi libri più cari.

C’è qualcosa che ti lega a “Sangue di yogurt”?
«Si, è uno dei libri a cui sono più affezionato per una sorta di cronologia personale. Sono quattro storie di emarginazione, quasi animale, che hanno avuto molte vite: sono le uniche storie che ho scritto su commissione. Il primo pulp, forse, l’ho fatto io prima di Tarantino…anche Balzac scriveva a puntate sui giornali. Sono legato a “Sangue di Yogurt” anche perché è una riedizione: ci tengo a vedere storie che funzionano ancora  a distanza di tempo. E poi la copertina non è solo grafica ma l’opera della pittrice Alexia Solazzo che l’ha realizzata appositamente per il libro».

- La copertina del libro -

In copertina c’è il tuo viso…
«Il mio faccione che sembra fatto di yogurt. Vuole essere un approccio nuovo, guardare in faccia i non lettori e farli diventare miei lettori. A settembre con Alexia faremo una mostra da titolo “Face Your Phantoms” con i miei libri e le sue opere».

A proposito di lettori e a proposito di racconti a puntate di cui parlavamo prima, il lettore è molto cambiato nel corso degli anni. Che ne pensi?
«Credo che ci sia uno zoccolo duro di lettori puri ma molti di quelli che acquistano libri non sono lettori. I non-lettori sono il peggio che ti possa capitare, lo dice uno che legge anche gli ingredienti di un pacco di patatine. Il vero lettore però resiste, alcuni ancora sentono il richiamo dell’esploratore nonostante molte librerie siano diventate centri commerciali, come i cinema che sono diventati multisala».


Panorama 13 ago.'17


Repubblica 26 lug.'17

Repubblica 26 lug 17

 Repubblica mercoledì 26 luglio 2017
33R2 Cultura

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www.repubblica.it
RAFFAELLA DE SANTIS - MILANO 
 
Intervista allo scrittore che diventò popolarissimo nell’era della Milano da bere “Se gli ’80 erano di plastica, ora c’è il vuoto: ci restano solo orrore e ironia”
 
Andrea Pinketts l’ex duro da bar “Sono un reduce della tv trash”  

Se ne sta seduto sotto i portici come se il bar che lo ospita fosse Fort Alamo e intorno non ci fossero macchine e turisti in flip-flop e canottiera ma il deserto. Andrea G. Pinketts lo trovi sempre a Le Trottoir, un locale in zona Darsena, dove è di casa. È qui che scrive i suoi libri. Si aggira tra i vari ambienti disinvolto, mostra la sala a lui dedicata, ci tiene a fare bella figura. Indica anche una serie di ven­tagli cinesi appesi a una parete. Poi torna fuori e va a sedersi davanti alla sua birra, accendendosi l'immancabile sigaro. Per essere un vero cowboy però ha una camicia troppo sgargiante, con stampate tante figurine di pin up anni '50, che rimandano più alla Cali­fornia che a Sergio Leone. La Milano da bere non esiste più, il loca­le alle sei di pomeriggio è vuoto, e Pinketts sembra un reduce in attesa che tutto torni come pri­ma. Magari ai tempi in cui anda­va in tv e frequentava il Maurizio Costanzo Show. I tempi in cui il trash faceva tendenza e credeva­mo di essere una grande potenza economica. E adesso? A 55 anni, dice di non voler più scrivere ro­manzi, mentre la raccolta di rac­conti Sangue di Yogurt, uscita nel 2002 per Mondadori, viene ripubblicata da un piccolo editore romano, Lastaria. Sul tavolo pe­rò non c'è il suo libro, ma Armageddon, thriller apocalittico di Alan A. Altieri, scomparso lo scor­so giugno.

Ma perché
le piacciono i duri?
«Mi piacciono i duri dal cuore tenero, gli ultimi, i balordi, perché alla fine sotto quelle scor­ze si nascondono del­le anime nobili. C'è un'espressione ingle­se che dice nobody loves losers. Io la ribal­to, perché oltre ad amare i perdenti amo le battaglie per­se, forse perché c'è più gusto a vincerle.
D'altra parte in que­sto libro racconto tut­te storie di emargina­zione».
Come le è saltato in mente di narrare l'innamoramento tra una donna e un riccio?
«Se muore un panda tutti si commuovono, mentre se un ric­cio viene investito da un camion, come accade quotidianamente, non gliene frega niente a nessu­no. Ho voluto ridare dignità alla morte del riccio» (sorride).
Eppure lei in passato sembra­va a suo agio nella Milano da bere, quella dei ricchi più che dei ricci. Non si è fatto manca­re niente, era un affezionato della tv trash.
«Sono andato ospite al Mauri­zio Costanzo Show e ho fatto l'in­viato per la trasmissione Miste­ro, dove la maggior parte delle storie raccontate erano puttana­te, ma un due per cento davano i brividi. Ho partecipato perfino, grazie a Vittorio Sgarbi, a - La pu­pa e il secchione.
Non è un po' troppo perfino per stomaci forti?
«Mi è sempre piaciuto trave­stirmi, lo facevo anche da giorna­lista, per le inchieste di E squire e Panorama. Il mio motto è che la vita è breve ma larga e solo facen­do mille cose si diventa rinasci­mentali».
È più pulp o più qualunquista?
«Ma no, il qualunquismo è di chi si assoggetta per convenien­za, mentre io ho sempre avuto problemi con il potere. Al liceo lin­guistico mi espulsero, alle ele­mentari mi sospesero. La mia scrittura è anarchica, mescola i fumetti e Dostoevskij. Alla fine per me vale il giusto mezzo confu­ciano: vedere l'orrore con ironia e l'ironia con orrore. Il mio scritto­re preferito è Shakespeare che riesce a coniugare la farsa e la tra­gedia. Tito Andronico è la storia più pulp che possa immaginare, sarebbe potuta diventare un film di Tarantino».
Ha conosciuto Tarantino?
«Sì, ci siamo incontrati in un bar, durante un festival, non mi ricordo se a Cattolica o a Viareg­gio. Era lì per presentare Le iene, ma il film non era ancora uscito. Ricordo questo ragazzone americano lungo lungo che mi parlava della sua passione per il poliziottesco all'italiana, genere che ave­va scoperto durante il suo lavoro da commesso in una videoteca».
Lo considera un suo modello?
«Lo ammiro, sono un suo fan, ma ho fondato il mio personale pulp italiano prima di lui».
Altri incontri importanti?
«Sempre in un bar, durante un festival, in piena notte, con Manuel Vázquez Montalbán. Ci scambiammo i libri, grazie a lui ho pubblicato il mio primo ro­manzo con Feltrinelli».
Pinketts ordina una seconda birra, poi ricorda i suoi amici, i suoi “cattivi maestri", da Carme- Io Bene a Franco Califano («L'ho anche cantato»). Intanto a Le Trottoir inizia ad arrivare qualcu­no, parte la musica, ma la serata è ancora lontana dal decollare.
L'impressione però è che lei non si trovi a suo agio in que­sti anni.
«Se quelli della Milano da bere erano anni di plastica, questi so­no anni vuoti. Gli anni dei social non mi appartengono. Per scrive­re ho solo bisogno di una birra, di un foglio bianco e di una Montblanc. Sono socialissimo umana­mente ma totalmente asociale tecnologicamente. Credo che ci sia stato un impoverimento della lingua. Gli sms non hanno niente a che vedere con le lettere che scrivevamo a mano. Che belli i tempi in cui se avevi una fidanza­ta a Belluno dovevi andare in una cabina telefonica con 50 gettoni e con quelli misuravi il tempo dell'amore».
Si è innamorato molte volte?
«Tre volte e sono state tutte traumatiche».
Per questo nei suoi libri le don­ne le fa sempre sparire o rapi­re, è una vendetta?
«È una regola del pulp, che co­me la detective novel si rifà alla tradizione narrativa cavallere­sca, in cui devi salvare la princi­pessa e uccidere il drago, facen­done la parodia, esagerando, guardando tutto con la lente de­formante del luna park. Perché, come diceva Jannacci, "l'impor­tante è esagerare"».
Come nelle migliori fiabe. «Nelle mie storie c'è un po' dei Fratelli Grimm. Ci sono fate e orchesse, donne angeliche e rudi ostesse. Mi piace sfidare le no­stre inquietudini. Ora sto lavo­rando a un progetto per racconti e immagini intitolato Face your phantoms, affronta le tue paure, insieme ad Alexia Solazzo, l'arti­sta che ha anche realizzato la co­pertina della nuova edizione di Sangue di Yogurt».
Qual è la sua maggiore paura? «La cronofobia, la paura del tempo che passa, che è poi so­prattutto la paura di perdere gli amici. Pensare che un omaccione come Alan Altieri sia morto a 65 anni mi mette di fronte alla vacui­tà del tempo».
Stare seduto al bar aiuta a sen­tirsi meno soli?
«I bar sono un antidoto alla paura, la trasformano in malin­conia, qualcosa di dolce. Sono chiese laiche o pagane, templi di incontri per sconfiggere il tempo».
 
LO SLOGAN
Come diceva EnzoJannacci
“L’importante è esagerare”:
la regola del pulp

 
 
AL LIBRO
Sangue di Yogurt di Andrea G. Pinketts
 (Lastaria pagg. 264 euro 14)

Corriere della Sera 7 - 20 lug.17

MANUALE DI CONVERSAZIONE di Antonio D'orrico


Libero - 15 lug.'17

I Libero [cultura  Sabato 15 ludio 2017.

«Vi dò la notizia: il romanzo è morto  Allo Strega solo pneumatici sgonfi»

Il padre del noir italiano si butta su pittura e scultura e massacra i colleghi: «Il librazzo di Albinati pare la Bibbia, più che la cultura serve un culturista»

::: EDOARDO MONTOLLI

■■■ «Il romanzo è morto». Lo dice a modo suo, toscano in bocca, cappello in testa e il tono, al solito, definitivo.

E lo dice dopo che l’editore Lastaria ha ripubblicato un suo «romanzo di racconti», quel Sangue di yogurt che radunava emarginati di tutti i tipi e che uscì a millennio appena cominciato per Mondadori: «Quattro storie che realizzai su commissione, come negli anni ’30 facevano Chandler e Hammett, scrivendo a cottimo cose ottime. Quindi ci sono paperi perseguitati dal maccartismo, il mondo degli anni ’80 e giornalisti in via d'estinzione, animali dimenticati come i ricci, le cicogne e l'eterno ritorno del male. Storie di resistenza in cui ridefinii le regole del pulp molto prima di Tarantino; alcuni di quei racconti risalgono al 1986 e apparvero su Blitz». Andrea G. Pinketts, l'autore della saga di Lazzaro Santandrea e di universi narrativi completamente nuovi nel panorama culturale non solo italiano, ha il senso della frase. E dell’arte, dato in copertina troviamo un quadro di Alexia Solazzo che lo ritrae in un'immagine molto forte. L'arte è un suo pallino da quando, anni fa, insieme a docenti universitari di diverse discipline (economia, sociologia e vari campi dello scibile) iniziò a tenere le sue Lezioni di indisciplina.

Lo scrittore deve cambiare direzione?

«Il romanzo puro è morto, te lo ripeto. Ed è morto dopo La capanna dello zio rom, il mio ultimo libro. Questo passaggio con la nuova edizione di Sangue di Yogurt è un primo tentativo di avvicinamento all'arte. Bisogna contaminare i generi: scrittura con pittura e scultura. Alla mostra Vento d'Oriente di Amedeo e della stessa Solazzo ho ricostruito per immagini la storia del ventaglio giapponese».

Hai appena terminato il 3° festival AG Noir di Andora, di cui sei padrino e fondatore. Più o meno negli stessi giorni, in un panorama del tutto diverso, arrivava alla fase finale il Premio Strega. Ti sei mai chiesto perché tu non l'abbia mai vinto?

«Quando Malaparte non lo vinse, disse "io non bevo Strega, bevo champagne". Io, com'è noto, bevo birra. Mi pare difficile trovarsi».

Non ti hanno mai selezionato?

«Ma figurati...». E ride.

Perché lo dici così?

«Perché storicamente ci sono stati grandissimi autori a vincere quel premio. Ma ormai è ad appannaggio di opere asfittiche, pompate. Pneumatici sgonfi. Almeno quelle che ho letto in questi anni».

Va beh, sei noto per le provocazioni e non voglio raccogliere. Dei libri dei finalisti di ora hai letto qualcosa?

«Ovviamente. Un'educazione milanese di Alberto Rollo, che essendo stato l'editor dei miei primi romanzi in Feltrinelli, è uomo di provata intelligenza e avrebbero dovuto eleggerlo vincitore. Sugli altri non mi esprimo, non avendoli letti. E io do giudizi solo dopo aver letto davvero un libro, integralmente. Ad esempio avevo letto fino in fondo quello del vincitore dello scorso anno, L'uomo del futuro di Eraldo Albinati».

Bene. E come ti è parso?

«Non vorrei la prendesse a male, ma oggi tu non puoi metter giù un librazzo di mille pagine a meno che tu non stia scrivendo la Bibbia. Per leggere un volume di mille pagine non ci vuole un uomo di cultura, ci vuole un culturista. Peraltro quando lo presi in mano ero stato appena operato, e facevo una fatica terribile a sollevarlo e tenerlo aperto».

A parte questo, cosa ti ha lasciato?

«Un braccio indolenzito».

Ti sei sempre mosso nella Milano notturna. Una differenza rispetto, ad esempio, a cinque anni fa?

«Cinque anni fa ero più svelto, ma avevo le transaminasi più alte». »

Ma c'è ancora vita di notte?

«Se la cerchi bene sì. C'è stato un blackout con l'Expo, perché tutti gli eventi si verificavano a Rho Pero. Ora è ripresa. Gli unici ostacoli arrivano dalla progressiva invadenza dei cantieri per la metropolitana, che però hanno danneggiato di più la Milano di giorno che quella notturna».

Tu scrivi (e vivi) al ritrovo d'arte Le Trottoir, di fronte alla darsena, che è radicalmente cambiata.

«Sì, decisamente in meglio. Inevitabilmente la frequento. È il mio mare. E sto seduto a Le Trottoir, che è la mia spiaggia».

Vacanze lontano dal Duomo?

«Non vado in vacanza dal '77. Il resto sono tournée. Quando vado, che so, a Saint Tropez, a Laigueglia o in Romania, ci vado per studiare le ambientazioni dei miei romanzi. Ma il concetto di vacanza come riposo, mi annoia. Per essere chiari, non metterei mai piede in un villaggio turistico».



Il Giornale - 05 lug.'17

"Nelle periferie senza luce i ragazzi si perdono"

Lo scrittore Pinketts racconta la giovinezza: "C'era violenza anche nel mio Giambellino"

 Mer, 05/07/2017 - 09:43


In una civiltà che non ne vuole sapere di eroi e antieroi, ragazzini che a 14 anni maneggiano le armi come se fossero scettri con cui sentirsi re per una notte: re gonfi della potenza della propria volontà.

Non importa che sia bene o male, che il comando sia buono o cattivo, se si tagliano le dita di una donna rapinata. E questi minorenni antieroi vengono da lì, da Quarto Oggiaro, ancora una volta, come se ci fossero luoghi condannati per sempre ad essere «culle» dissacranti e piene di sangue.

«Noi indichiamo sempre Quarto Oggiaro come la periferia maledetta, come l'unica da cui arriva la peggiore della gente. Ma le periferie di tutte le città del mondo sono così. Il mio Giambellino non differisce da Quarto Oggiaro, o dalla periferia di Parigi piuttosto che di Napoli. Sono nato in porta Venezia, poi mia madre è stata trasferita al Giambellino e lì ho visto questi ragazzi nascere e crescere in situazioni di violenza estrema, ma non perché ce l'abbiano nel Dna, ma perché intorno a loro non c'è che il buio. Mancano le stelle» commenta lo scrittore Andrea Pinketts, che ha da poco ripubblicato il suo libro «Sangue di yougurt» con Lastaria Edizioni.

Porta Venezia era il luogo delle vetrine scintillanti, i cartelloni pubblicitari sfolgoranti, il Giambellino era oscuro, tetro, lasciato alle tenebre. In tutti i sensi. «È una questione di luce, reale e metaforica. Perché noi definiamo uno dei periodi più alti della storia con la parola Illuminismo? La luce. Le periferie non sono illuminate. La gente vive nel buoi reale, ma anche nel buio della mente. È così facile perdersi nella notte, quando soprattutto la notte è noia, perché questa è la malattia peggiore delle periferie; non c'è nulla e nel nulla scattano le forme di ribellione più violente. Se i giovani non riescono a trovare altro da fare durante il giorno, credono che in questo modo si possa vincere la sfida della vita, perché passano la vita come una sfida contro la notte».

I ragazzini del Giambellino non sono tutti finiti male, alcuni sono risaliti dal fondo del pozzo. Anche questi ragazzi ce la possono fare? «Alcuni ce la fanno perché cercano l'aggregazione giusta. L'uomo vive secondo due tipi di aggregazione: l'aggregazione criminale che purtroppo nel disagio è la più semplice, la scontata, la più diretta. Poi c'è l'aggregazione assoluta e totale con gli abitanti che ti stanno intorno, gli abitanti del quartiere in cui vivi. So che in periferia ora portano degli schermi per fare del cinema all'aperto. Ecco, ancora una volta una cosa illuminante, la luce, quella che ti mostra lo scopo per cui essere. Si sceglie la violenza perché non trova altro motivo per essere».

http://www.ilgiornale.it/autore/elena-gaiardoni-12...


Il Giorno - 25 giu '17



 

Corriere della Sera - 6 giugno'17

Grande successo per il party del quinto compleanno del settimanale «F» di Cairo Editore, che si è svolto martedì sera al ristorante Filippo La Mantia Oste e Cuoco. Seicento persone e una grande festa. «Lanciato il 6 giugno del 2012, quando tanti altri femminili chiudevano, oggi F nel suo settore è il più venduto in edicola — dice il direttore Marisa Deimichei, in passato alla guida anche di Vanity Fair —. Le donne sanno che tifiamo per loro». Tra le invitate alla festa organizzata da Urbano Cairo anche Malika Ayane, Barbara D’Urso ed Elenoire Casalegno (tutte le foto sono di Gian Mattia D’Alberto / LaPresse)


ORA - 12 mag 2017

LA PAROLA A... Andrea G. Pinketts, scrittore

Non sparare baciami

Il re del noir italiano, scrittore, giornalista e personaggio tele­visivo, attento osservatore della criminalità, nominato nel ’91 ‘sceriffo’ dal sindaco Micucci di Cattolica per aver risolto un difficile caso, ci racconta il suo punto di vista sulla criminalità.

Non c’è emergenza criminalità, ma emergenza povertà e affanno sociale, coniugati a una crisi politica dove la mancanza di validi go­vernanti porta al controllo dell’individuo, invece del controllo della situazione. I programmi pseudopopulisti dei mass media, con­giunti alla cassa di risonanza del web, per esempio fanno risaltare il femminicidio con il rischio di mettere le donne su un palco ancora più pericoloso. La paura dei cittadini è legittima, ma attenzione a non ridurci come gli americani, che ormai armano gli studenti nei campus! A quell’età, dove si è spesso fumantini, si rischia la strage per un esame non passato o una sbornia finita male. Il ‘reato di eccesso di legittima difesa’ è sempre esistito: non bisogna arrivare alla paura, ma prevenirla.

In merito alla legge appena varata, penso che l'arma vada negata all’emotivo come al pistolero e consegnata tra le mani dell’uomo equilibrato.

Nessuno ha facili ricette, ma è doveroso portare più luce nelle città, specie in periferia, piazzare telecamere strategiche e funzionanti e, su tutto, tenere un corso di educazione all’uso delle armi, una sorta di addestramento sociale affinché i cittadini a rischio ne apprenda­no un uso corretto e solo necessario. (testo raccolto da Cinzia Alibrandi)



IL FOGLIO - 4 maggio 2017

Eccolo lì, il Pinketts, ovvero Andrea G. Pinketts, scrittore milanese d’elezione che per scoprire e lanciare i suoi colleghi che gravitano intorno a Milano ha sempre fatto più degli innumerevoli editor griffati della capitale del libro. Se lo cerchi, lo trovi in piazza XXIV Maggio, al Trottoir, che beve una birra fissando solo all’apparenza il vuoto o la punta delle scarpe. Perché chi lo conosce sa che il Pinketts - ultimo titolo conosciuto La capanna dello zio rom (Mondadori), capitolo nove della saga di Lazzaro Santandrea, “un libro contro l’ignoranza di chi confonde rom, romeni, romagnoli e romantici”, ci dice - at­traverso il vetro del bicchiere sa guardare Milano e chi la vive.

Metti il cibo, per esempio, che invaderà Milano per una settimana, sotto il cappello di Week&Food e TuttoFood. Secondo la cro­naca di fine Novecento, Milano ha inventato l’happy hour e fors’anche gli chef stellati ol­tre ad accettare di buon grado di infilare la rucola ovunque. Secondo Pinketts: “Ha avu­to soprattutto il demerito di diffondere l’a­bitudine al sushi, nei confronti del quale ho una preclusione assoluta. Il sushi è anche orribile linguisticamente: sentire le perso­ne che dicono ‘andiamo a farci un sushi’ o Tapericena con il sushi’ da scrittore mi fa schifo. Sono termini che ti tolgono l’appeti­to. Eppure il sushi ha imperversato negli ul­timi quindici anni e tiene duro anche oggi. Sebbene”.

Ecco, ci mette un sebbene significa che sta per dire che tutto sommato c’è sempre il polpettone di mamma, che le mode mica bi­sogna seguirle per forza, perfino a Milano. E invece no: “Sebbene mi dicano che la ten­denza sia già da qualche mese il poké ha­waiano, il cui nome ricordo solo perché sembra faccia rima con saké e invece si pro­nuncia pok-hay”. Ora, spiace per il Pinketts - che ad aprire un suo locale ci ha anche provato, anni fa, si chiamava Todo Modo - ma alla fine il poké è sempre pesce crudo, sempre marinato nella salsa di soia. Magari però stavolta il nome è linguisticamente meno ripugnante, chissà. D’altra parte Pin­ketts nasce con la “gioventù cannibale”, quella di Aldo Nove, Niccolò Ammaniti, Tommaso Labranca, quindi non dovrebbe essere di bocca buona? “Un cannibale man­gia legge e vede tutto, dall’horror al capola­voro, ma quando cerchi di equiparare il ci­bo a un periodo facendolo diventare un di­ktat, allora non ci sta”. Ormai però Milano è piena di ristoranti giapponesi e cinesi, li di­sertiamo? “Prima di tutto non mischiamoli: non insieme. Poi si potrebbe provare il resto del giapponese, che è superiore al sushi: al Sakeia, dietro Sant’Ambrogio, ad ogni piat­to si abbina un sakè diverso. Se voglio ricon­ciliarmi con l’idea del Giappone, vado lì”.

Pinketts appartiene a una scuola d’élite, quella di Samuel Johnson, che ha come motto: “Il mangiare da facchino il bere da gentiluomo”. A un’enoteca raffinata non resiste, ma a un ristorante Aghetto che tra­cima di modelle passa davanti con indiffe­renza. Ed è uno dei pochi rimasti a difende­re la “Milano da bere” e quel che ne resta: “Era interessante. Almeno era un concetto, un’idea, anche se forse di plastica. Oggi la maggior parte dei locali per mangiare e be­re a Milano vengono aperti come investi­mento e non per amore del cibo. Hanno vita breve e la cucina è pessima. Così il cibo e lo chef diventano presto dozzinali come gli avventori”.

Il Pinketts, come tutti i milanesi, coltiva nostalgie, a metà della sua birra, che riguar­dano una città che preferisce rimanere na­scosta, visto che qui è un attimo e la nostal­gia diventa cool. Ripensa alla Brioschina, in cui si faceva cabaret e cucina povera davve­ro, come quella trentina, e lo chef si chiama­va cuoco: “Negli anni 70 è arrivata la cucina cinese, negli 80 la cucina etnica: esterofilia controproducente, piuttosto che conservare una cucina milanese, Milano ha coltivato la cucina toscana”. E lo Street food? “L’unico cibo di strada che sopporto sono i banchetti di hotdog nelle serie americane. Anche quando è raffinato sta al ristorante come lo Street fighting alla boxe. Io quando mangio voglio essere servito e riverito, esercitare un impegno metafisico anche con i monde- ghili”. A Milano cosa manca? “Non ci sono più michette da mangiare col salame, que­sto è il problema. Meno male che è previsto il ritorno del cavolfiore”.

Stefania Vitulli


MOZZAFIATO - 24 apr 2017

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“L’Alfabeto dalle grandi aspettative”

 in CULTURALIFESTYLE 24 aprile 2017

Che la prima edizione del Salone del Libro di Milano Rho Fiera, 19-23 aprile 2017, non abbia raggiunto l’affluenza desiderata, non è di certo un “mistero”, bastava fare un giro tra i padiglioni per rendersi conto che qualcosa non andava, specialmente da mercoledì a venerdì.

Le sale mai colme di gente, responsabile sicuramente la scelta delle date tra Pasqua e il ponte del 25 aprile, che ha abbassato le aspettative, non raggiungendo gli 80.000 visitatori previsti che, numerosi, dovevano partecipare ai tanti eventi del Salone (e del Fuori salone) organizzati e suddivisi attraverso le lettere dell’Alfabeto.

Nonostante questo, si può ritenere un orgoglio per il territorio lombardo, che ha visto in soli 5 giorni un numero impressionante di eventi e la partecipazione di ben 2.000 ospiti nazionali e internazionali.

Noi di Mozzafiato ci distinguiamo per la nostra originalità ed “effervescenza”, per questo, fra tutti gli eventi, non potevamo non soffermarci su una delle conferenze più anarchiche di tutte:

“Cromatismo Necessari All’estrema Mungitura Del Noir – letteratura di contaminazione per rimpolpare un genere, pulp ma spolpato, dei troppi epigoni”.

Un incontro, che ha chiuso Tempo Di Libri, domenica 23, verso le 18:30 circa, nel padiglione 2 sala Calibri, nella quale si è distinto, come sempre,  il pioniere della letteratura “controtendenza”: Andrea G. Pinketts (Pseudonimo di Andrea Giovanni Pinchetti), che, non solo ha presentato il suo ultimo romanzo: “La Capanna Dello Zio Rom”, Mondadori 2016: un eccezionale libro “violento” contro la violenza, l’ignoranza e il razzismo, in perfetto stile Pinketts, ma ha anche ipnotizzato il pubblico, con la sua estrema cultura innata, sulla nascita del genere letterario Pulp, Noir.

Andrea Pinketts, lo ricordiamo specialmente per la partecipazione, del seguitissimo programma televisivo su Italia 1, Mistero, attraverso il quale, come lo stesso autore ci dice: “ha vestito i panni della parodia di se stesso”, in un programma dalle storie improbabili, ma storicamente attendibili.

Lo ricordiamo, inoltre, per le sue numerose opere letterarie, che hanno donato un enorme contributo alla storia e alla svolta della letteratura italiana. Pinketts sarà presente anche al Salone del Libro di Torino, nel quale presenterà una seconda ristampa del suo celebre romanzo del 2002: “Sangue di Yogurt”, sempre edito da Mondadori.

Tempo di Libri, tutto sommato si può dire che abbia chiuso in bellezza e che nonostante le polemiche saprà risollevarsi il prossimo anno con eventi più ricchi, maggior organizzazione e date più azzeccate.

«Non si può cavare il sangue da una rapa, però si può prendere un badile, tirar su una rapa, dare una badilata con la rapa precisa sul naso di qualcuno, e allora vedi che, improvvisamente, esce il sangue dalla rapa: questo è quello che sta facendo l’editoria adesso.» ( Andrea G. Pinketts)

Marianne Perez Lopez, aprile 2017 – © Mozzafiato


 


OGGI

20 FEBBRAIO 2017



IL GIORNALE

27 DICEMBRE 2016


Klaus e Jesus la strana coppia che porta la morte invece dei regali


In realtà il titolo di questa storia postnatalizia era «Falle la festa», ma facendo i conti col femminicidio, con gli stupri e gli incesti, consumati anche in famiglie allargate, tutti i santi giorni dell'anno, ho deciso di degradarlo a sottotitolo.
Sono troppo buono? Politicamente corretto? O mi sto semplicemente parando il Klaus? Vedete voi. Anzi leggete voi questo racconto poco edificante. Del resto non sono né un moralista né il titolare di un'impresa edìle.
L'importante non è ciò che bolle in pentola. Ciò che conta è chi bolle in pentola. L'essenziale è che chiunque stia bollendo in pentola, non sia tu. Per fortuna non si tratta di me, né di voi.

La persona che stava per essere bollita in pentola rispondeva al nome di Stella Cometa, una virago di centoventi chili, quindi al presente poco eterea, che in un passato lontanissimo, incredibilmente era stata un'etèra, una dama di compagnia, da letto a baldracchino, laureanda in Filosofia, suonatrice di flauto traverso e brillante conversatrice.
Una gran bella topa ﴾l'avrebbe recensita Pietro L'Aretino﴿. L'antitesi del fiabesco pifferaio magico dei fratelli Grimm,in quanto era lei, la roditrice, a incantare i pifferai per farsi seguire sino al gorgo del piacere carnale. E sappiamo tutti che l'orgasmo è una piccola morte.
In gioventù Stella Cometa avrebbe potuto dare dei punti anche ad Archeanassa, la squinzia di Platone. Poi, nei primi anni '70 del secolo scorso, la bella etèra si era volutamente fatta ingabbiare nella trappola per tope del femminismo militante. «Signore si scende» un cambiamento radicale. Non che Stella avesse smesso di rallegrare i musici ma era
diventata una stella cadente.
Con lei potevi esprimere ancora ogni desiderio ma eri costretto a sorbirti un comizio quando faceva l'amore di gruppo. Il sexappeal dei tempi d'oro si era convertito in un sacco a pelo ipertrofico.
A sessantasei anni Stella cadente, la brillante dispensatrice di gioia effimera, aveva già al suo attivo una corposa e corpulenta serie di pubblicazioni di successo tra le quali è opportuno ricordarsi i titoli «Eros e tabacco», «Priapo a pezzi», «La castrazione chimica del castrismo machista».
Era ricca, famosa, ingorda come una anaconda. E amata. Non da tutti in realtà. Uno dei motivi per i quali durante quei giorni neutri che imbarcano Natale sino all'Epifania, in una Milano addobbata come l'Expo ﴾ormai expo﴿, in una città gelida e vorace come un orchistar, in una Mediolanum che imitava Dubai, camini a parte, qualcuno voleva far bollire Stella in un pentolone. Forse.
Forse per invidia nei confronti di un corpo che era stato cosmico o quantomeno stellare, di un'intelligenza libertaria e libertina, imprigionatasi in una sorta di clausura nei confronti di tutto ciò che non fosse mediatico e ominicida.
Quel qualcuno di cui stiamo parlando, sono questi due qua.
Quello grosso si chiamava Klaus. Una pancia da Serial Drinker di birra artigianale e non. Due occhietti rossi come la tuta extralarge che ne conteneva a malapena l'esuberanza birresca.
Klaus sfoggiava una barba bianca che sembrava zucchero filato nel Luna Park di una discarica. Dava l'idea, confermata dall'afrore che emanava sfidando il gelo, di uno che aveva fatto l'ultima doccia durante la prima guerra del Golfo. 1991 dopo Cristo. A proposito di Natale. Non era un santo bevitore. Bevitore, questo sì. Santo, manco il giorno del suo onomastico.
Le interminabili feste natalizie che si sarebbero protratte fino al sei gennaio, inspiegabilmente il giorno della lotteria di Capodanno, rendevano Klaus anacronistico. Somigliava vagamente a Babbo Natale. Ma a un babbo natale fuori tempo massimo. Uno reduce da una bisboccia cisposa. Klaus sembrava un clochard conciato per le feste, vestito in rosso Ferrari. Ovviamente, non era un babbo natale in ritardo, Santa Claus guida le renne. Lui, una scassatissima Renault.
Quello piccolo era veramente piccolo. In realtà di statura media, trattandosi di un nano. Nonostante i trentatré anni, aveva una faccia da bambino. Si chiamava Jesus. Nonostante il freddo porco, era vestito solo di un lenzuolo della madonna che, volendo, avrebbe potuto anche fargli da coperta. In effetti, ci dormiva dentro. L'unica cosa che aveva in comune con il suo corpulento partner in crime erano gli occhietti rossi che sprizzavano cattiveria etilica. Jesus
avrebbe perfettamente incarnato un pollicino perverso, un allucino ﴾un piccolo alluce﴿ allucinato. Naturalmente non era Gesù bambino in colpevole ritardo rispetto al proprio genetliaco. Gesù bambino si pasce tra un bue e un asinello. Lui, mandava ogni piano in vacca.
Il piano di Klaus e Jesus era genialmente primitivo. Nei giorni successivi a Natale, quando i veri ﴾?﴿ Santa Claus e Gesù bambino portavano doni ai bambini per interposta persona, loro due andavano a recupero. S'introducevano in villette isolate ai bordi di una Milano espansa ed espansiva. Razziavano. Stupravano. Picchiavano a sangue, a volte uccidevano, per poi sparire con la refurtiva sino alle prossime feste di Natale. Erano sadici da tredicesima. Animali
feroci da post Jungle Bells. Creature della giungla metropolitana che dopo l'Epifania andavano in letargo. Poi, sparivano nel nulla delle stelle gelide da cui erano scesi.
Stella cadente aprì la porta della sua villetta di Cubano Milanino, Milano Ovest. Sulla telecamera collegata al citofono, aveva visto una sorta di parodia tragica di Babbo Natale. Il Gesù bambino nano le era sfuggito. Essendo nano, appunto.
Lei non aveva paura di niente e di nessuno.
«Ah! Babbo Natale, e guarda un po', anche Gesù bambino...» commentò accorgendosi della presenza di Jesus «...vi vedo malconci e leggermente incazzati. Scommetto che appartenete alla stupida categoria degli strenui difensori del Santo Natale. Presumo che il motivo della vostra visita sia legato al mio articolo su Donna con le palle in cui affermo che Babbo Natale sia in realtà Mamma Natale e che Gesù Bambino sia, nonostante il maschilismo, Gesù bambina. Gesuina».
Klaus e Jesus si guardarono interdetti per una manciata di polvere di fate. Poi Klaus prese l'iniziativa. Ammollò uno sganassone postnatalizio a Stella che cadde al suolo. Ma l'exetèra
femminista non attese il gong. Si rialzò e colpì al naso il ciccione senza dimenticarsi di sferrare una ginocchiata alla testa del nano.
La fortuna aiuta le audaci ma solo sino a un certo punto. Klaus, ripresosi, riuscì a piazzare un pugno tamponato al cloroformio al naso di Stella. Stella Cometa perse i sensi, posto che Stella Cometa abbia un senso.
Quando si riprese, l'ex etèra si ritrovò incastrata nel pentolone di famiglia, un caro ricordo dei tempi in cui serviva il pranzo agli adulti in difficoltà nel dormitorio di viale Ortles insieme agli altri Vip benèfici che collaboravano con i City Angels, i volontari del bene, i cherubini della sicurezza e del disagio sociale.
La prima cosa che notò fu Jesus che si era denudato.
La seconda a entrarle in testa fu una focalizzazione sulla storia dell'arte: solo due artisti smutandanti avevano ritratto Gesù bambino nudo, non senza suscitare scandalo. Due artisti senza fasce: Beato Angelico, un nome un programma, e Lorenzo Monaco, anche lui, come predestinazione non scherzava.
«Adesso ti bolliamo viva» disse Jesus.
«Prima ci dovevi mettere il sale. Coglioncello» lo fulminò Stella.
Klaus che era meno sadico del nano ma più sessualmente rapace, chiese al socio «Bollirla e basta è uno spreco, posso farle la festa?».
«Falle la festa» concesse Jesus
La situazione stava degenerando. Anche se non siete di madrelingua inglese, penso che possiate avere un'idea fonetica e semantica del «Torture porn» ﴾un sottogenere cinematografico﴿, non preoccupatevi, non arriverò a tanto. Tanto vi ho già conciato per le feste.
«Ascoltami Klaus, ripensandoci, c'è voluta tutta la tua stazza per infilare quest'ammasso di lardo nel pentolone».
«Hai qualcosa contro gli ammassi di lardo?» s'informarono simultaneamente l'uomo in rosso e la signora nel pentolone.
«No. Figuratevi! Si tratta di un problema tecnico, non volevo offendere nessuno». In fondo Jesus era educato. Male, ma era educato.
«Il fatto è, mi sto rivolgendo a te Klaus, avresti potuto pensarci prima. È stata una faticaccia. Se proprio vuoi sollazzarti con questa polpettona, devi gestirtela tu, io mi limito alla tortura».
«E invece io, sono mia e mi gestisco io» ribadì Stella cadente. In effetti, era una donna speciale, come quasi tutte le donne sotto le stelle. Da guardare e non toccare, se non con il loro consenso. Stella era sempre stata una donna libera, il che non aveva impedito che al momento fosse imprigionata in un pentolone.
La notte delle feste stava trasmutandosi in una notte di Fiesta de sangre senza tori, senza corride, senza García Lorca, porca lorca.
Tensione al massimo. Un nano e un omaccione, figli di una giungla di palle luminescenti, si stavano sfidando a chi fosse più cattivo. Bella lotta!
Klaus era un predatore d'argenteria e di argento vivo. Jesus un modesto lucidatore di bare.
«Che ne facciamo di questa zoccola?» chiese Klaus al socio dominante.
Stella Cometa rispose invece di Jesus: «Cosa fare di me? Lasciatemi uscire da questo stupido pentolone e ve le suono a tutt'e due. Maschilisti del Klaus».
Klaus si rese conto che Stella sarebbe stata in grado di farlo, non appena si fosse liberata, perché era una donna libera.
«Senti, bolliamola e basta».
«Non ci avete ancora messo il sale, coglioncelli!».
«Dov'è il sale?» chiese uno dei due aguzzini.
«Ho proprio a che fare con degli incapaci. Siete riusciti a trovare un pentolone zanzato, da Mario Furlan dei City Angels, e non siete in grado di trovare del sale per cuocere».
Quando hai le palle, hai anche le palline da albero di Natale per infilzare ed addobbare. Un finto Babbo Natale e un finto Gesù bambino, due autentici babbi di minchia. Non sono all'altezza.
L'epilogo grandguignolesco di un rito omicida che avrebbe generato proseliti, non aveva previsto il pronto intervento di qualcuno, qualche due. Questi due qua.
Il ciccione era vestito da Babbo Natale perché era Babbo Natale. Il bambino indossava la veste di Maria che gli faceva da coperta. Non è che andassero molto d'accordo.
«Perché io devo portare i regali e tu ti limiti a ricevere oro, incenso e mirra, dai Re Magi?».
«Perché io sono un donatore sano» rispose Gesù bambino.
«D'accordo, abbiamo fatto il nostro tempo. Io sono eternamente vecchio e tu eternamente bambino. Però anche se siamo in ritardo, direi che è il caso di intervenire, da qualche millennio».
«Hai mai visto gli ultimi film di Sylvester Stallone, ormai bollito?».
«Non vado al cinema».
«Neanch'io».
«Beh, che uno creda o meno in noi, gli spetta una sorta di regalo: la giustizia. I cattivi devono essere puniti e noi fino a prova contraria, siamo contro i cattivi, a favore del beau geste».
Nonostante Santa Claus non si fidasse di Gesù bambino e viceversa, era necessario un intervento, tardivo rispetto al calendario ma assolutamente efficace.
I due veri ﴾?﴿ Babbo Natale e Gesù bambino stabilirono un piano d'azione e lo applicarono.
Stella non era alla frutta, era al sale. Una cosa in cui credi prima che qualcuno ti bollisca.
Due leggende irruppero nella realtà. Nonostante nessuno dei due fosse violento, Santa Claus stese Klaus e Gesù bambino stirò Jesus alla stessa altezza.
Stella Cometa, dal pentolone, scoprì che anche chi non ha fede può incontrare persone di cui fidarsi.
«Siamo arrivati in ritardo» disse Santa Claus a Gesù bambino.
«Non è questo il problema. Cosa ne facciamo di questi nostri squallidi plagiari?».
«Io, personalmente, li darei in pasto alle mie renne».
«Ma le renne non sono carnivore» obiettò Gesù bambino.
«In certi casi mi avvalgo della collaborazione di renne mannare. E tu?».
«Io, se fosse per me li crocifiggerei ma siccome ci sono già passato, sarei per il perdono».
«Bueno».
Klaus e Jesus ﴾il finto Babbo natale e il finto Gesù bambino﴿, si accorsero improvvisamente di essere stati miracolati.
Stella Cometa scoprì che di certe leggende ci si poteva fidare. Poi arrivò la Befana.

Andrea G. Pinketts - Mar, 27/12/2016 - 08:58






IL GIORNO

08 DICEMBRE 2016



CULTURA

"La capanna dello zio rom": un noir contro i pregiudizi

Andrea Pinketts e la sua Milano fuori dagli schemi

di GIUSEPPE DI MATTEO
Ultimo aggiornamento: 
Andrea Pinketts

Andrea Pinketts

4 min

Milano, 8 dicembre 2016  - Alla fine della storia ti senti un po’ strano. Il ritmo narrativo segue una logica tutta sua: i personaggi ondeggiano sulle pagine, quasi divorati dalla loro stessa vita metropolitana in una Milano in preda a un disfacimento violento e a tratti bizzarro. Per leggere “La capanna dello zio Rom” di Andrea G. Pinketts (Mondadori) è consigliabile tenere alta la concentrazione, anche se a volte si ha l’impressione di perdere la bussola assistendo impotenti a una guerra di strada combattuta a suon di armi e forchette, raccontata con uno stile che mescola con arguzia poesia e tragedia. Ma alla fine il vincitore è sempre lui, Lazzaro Santandrea, segugio «esperto di resurrezioni» con un passato televisivo che si ritrova con il suo fare da gangster un po’ dandy (e viceversa) nel bel mezzo di una lunga catena di omicidi tra Milano e la Fiera del libro di Bucarest passando per la capanna dello zio Rom, una discoteca della periferia milanese che ospita esistenze strampalate e un piano diabolico di riscatto sociale che incarna un mito di palingenesi al contrario.  

Pinketts, mi tolga una curiosità: che tipo di romanzo è “La capanna dello zio Rom”?

«Certamente non un giallo. Io non ho mai scritto opere di questo tipo, anche se qualcuno mi ha definito il fondatore del noir di seconda generazione accostandomi a Fois e Lucarelli. In realtà il mio è un romanzo circense che ha per protagonista un grande domatore di leoni che gioca con l’equilibrio come io con le parole».

Lo stile del racconto è volutamente ironico e aggrovigliato, quasi a indurre un po’ di confusione nel lettore. Perché questa scelta?

«Questo libro è una specie di cavallo di Troia: attraverso il meccanismo del tendone da circo puoi dire quello che vuoi e a me piace farlo disorientando, raccontando il sociale e l’asociale, le risse da cortile e le poesie cantate. In fondo il confine tra farsa e tragedia ha la consistenza di un perizoma».

Al di là della trama il suo è anche, o dovrei dire soprattutto, un racconto che ha un grande significato sociale, perché sfata alcuni luoghi comuni.

«Assolutamente sì. Non a caso l’ho spesso definito un libro contro l’ignoranza, perché è nell’ignoranza che prolifera il razzismo. Le faccio un esempio: molto spesso i rom vengono confusi con i romeni e dipinti come criminali senza scrupoli. Il che è una stupidaggine. Nel mio racconto infatti diventano vittime, come spesso accade nella realtà, anche se poi non se ne parla. E per sdrammatizzare sono anche arrivato a scrivere che in realtà i rom derivano da Romina Power».

Sbaglio o in Lazzaro Santandrea c’è molto di Andrea Pinketts?

«C’è tantissimo. Direi che è il mio alter ego, può permettersi di dire cose delle quali io non posso parlare per non passare qualche guaio (ride). Ma Lazzaro è anche un grande avventuriero di se stesso o, se si vuole, un antieroe picaresco di una Milano che cambia al ritmo delle sue generazioni. Tra l’altro, questa è la sua ultima battaglia: se “Il conto dell’ultima cena” era il quarto romanzo di una trilogia, “La capanna dello zio Rom” è l’autentico libro, decisivo e definitivo».

Sta dicendo che dovremo abituarci a un Pinketts senza Lazzaro Santandrea?

«Sì. Sto infatti pensando di dedicarmi a tutt’altro. Posso solo dire che si tratta di un progetto che coinvolgerà arte e moda».












30 cc LIBRI E CLASSIFICHE

•* recensioni

<LA CAPANNA DELLO ZIO ROM>

Pinketts risorge (come il suo Lazzaro)

Domenica 4 dicembre 2016 I il GIORNALE

Massimiliano Parente 

Insomma, leggendo l’ulti­mo romanzo di Andrea Pinketts viene spontanea una domanda: perchè Pinketts è sempre stato ignorato dai pre­mi cialtroni italiani, come il Premio Strega? Forse proprio perché sono cialtroni. Nell’ulti­mo romanzo di Pinketts, La ca­panna dello zio Rom, toma per l'ennesima volta Lazzaro Santandrea, alter ego dello scrittore e io narrante di grotte­sche avventure in una Milano mai così noir e surreale. Volen­do è perfino un romanzo impe­gnato, difensore dei rom, per­chè si può trovare umanità an­che in chi fruga nella spazzatu­ra facendo dumpster  watching, per necessità о per spiri­to antropologico, come il pro­fessor Zappalanima, esimio docente di sociologia.

Tra ex attori, ex architetti, ex riusciti e ex falliti, in un mon­do di ex che non sono riusciti a fare quello che volevano nel­la vita, ci sono anche quattro rom assassinati nell’indifferen­za collettiva, e per il resto ci si perde in una serie di surreali avventure affabulatorie intor­no al locale che dà il nome al romanzo, dove canta una cop­pia di inquietanti sorelle, le so­relle Pozzi, con tanto di rissa, coltellate e forchettate. Si par­la molto di amore, di morte, di giovinezza perduta, di sigari e di rum. Inoltre Lazzaro ha or­mai compiuto cinquant'anni ma non ha perso «il senso del­la frase» (titolo di uno dei pri­mi romanzi di Pinketts) e di­spensa aforismi, digressioni, calembour e riflessioni appe­na può. Un ginepraio, per esempio, qui «non è altro che un alveare del gin, un alveare di terrificanti realtà». Quando si diventa maggiorenni? A diciotto anni? «Che paradosso! Uno dovrebbe raggiungere la maggiore età a novant'anni in modo da godersi gli altri settantadue anni di spensieratez­za, finanziata da genitori cen­tottantenni». Chi cerca l’amo­re non lo troverà mai, perchè «uno non capisce l'altro, co­me in tutte le storie d’amore, ma vi si assoggetta».

Un libro ottimo anche come manuale per alcolisti e fumato­ri con senso di colpa salutista, Lazzaro ci libera tutti: «Non ne­go che siano birre analcoliche e sigarette elettroniche. Ma ol­tre al sapore ci vuole il gusto. Il gusto di apprezzare le conse­guenze di ciò che sei in grado di risolvere, dopo un numero imprecisato di birre che chia­meremo X, con uno spavaldo Antico Toscano pendulo sulle tue labbra, tra le tue labbra, già vagamente masticato». Unica avvertenza, non cercate differenze tra Lazzaro e Pin­ketts: sono la stessa prima per­sona.

Andrea G. Pinketts La capanna dello zio Rom (Mondadori, pagg. 388, euro 19)

DA manuale Andrea G. Pinketts, nato a Milano nel 1961






lopinionista


Storie, incontri e amori di uno scrittore che vive, prima di raccontare

 

Da Andrea Russo - ottobre 6, 2016

 

É difficile confondere Andrea Pinketts con altri scrittori o personaggi noti al grande pubblico. I motivi sonodue. Il primo riguarda il suo stile di scrittura giocoso ma sfaccettato, che cela una gamma di stati d’animomolto vari.

All’iniziale gioco con le parole e con gli eventi narrati (che il lettore da subito deve accettare, se vuole andare oltre) si aggiungono altre letture più profonde ed esistenziali. L`identificazione tra l`autore ed il suo alter ego Lazzaro Sant’Andrea si alterna con quella di qualsiasi lettore, che, come spesso accade, può rispecchiarsi in uno dei personaggi del libro.

Il secondo motivo che rende Andrea Pinketts ulteriormente riconoscibile come unico (noi tutti lo siamo, del resto) è il suo carattere gioviale e aperto, diretto, di chi ti racconta la sua verità senza tanti giri di parole. Eppure lui dimostra di conoscere piuttosto bene l’animo umano, che è a volte contraddittorio e difficile da decifrare.

Pinketts é stato protagonista di tante avventure, sia sul piano personale che professionale. Ha attraversato le vite degli altri e le ha fatte sue. Probabilmente non si stancherebbe di andare avanti ad oltranza e all’infinito.

Lo abbiamo incontrato in occasione della presentazione del suo ultimo lavoro, “La capanna dello zio Rom”, a Recanati. Abbiamo incominciato a ricostruire il suo percorso partendo dall’inizio…

Quando è iniziata per te, la passione per la scrittura?

“Fin dall’infanzia, quando in prima elementare iniziai ad apprendere le lettere dell’alfabeto. Mi affascinava seguire le loro forme. Le parole sono belle, così come le singole lettere. C’è una alternanza di linee orizzontali e verticali, di linee dritte e ricurve”.

E per quanto riguarda il giornalismo?

“É stato un incontro spontaneo, quello con il giornalismo. Mi ha permesso di fare quello che mi piaceva e che mi aggrada tuttora: andare in giro, conoscere persone nuove, intrufolarmi in ambienti diversi per fare qualche scoop. Con Onda Tv, che era una settimanale piuttosto in voga negli anni ’80, ho intervistato qualche personaggio noto, come Pippo Baudo. Mi ha dato però molta più gioia stare in contatto con le belle ragazze a cui fare domande, ovvero le vallette. Ne ho tratto spunto per il mio saggio breve: “La Valletta dell’Eden”. Ho conosciuto tante belle donne, nel corso degli anni. Se ci ripenso qualcuna ha lasciato il segno ancora adesso, come la mia ultima consorte. Del resto da giovane ero bello (anche se ora sono bellissimo) e facevo i fotoromanzi e le pubblicità (ho posato per Armani). Con le riviste femminili ho avuto una intensa collaborazione: Cosmopolitan, Grazia, Gioia… ero uno dei pochi uomini. Che volevo di più? Pagato e beato fra le donne…”.

Io so però che ti sei infiltrato in tanti ambienti, rischiando per giunta…

“Con Esquire e Panorama mi sono dato al giornalismo investigativo. Sono stato per un mese un finto barbone alla stazione di Milano e ho capito come la gente diventi cattiva e cinica, in determinate circostanze. Ho fatto l’attore porno con il nome di Udo cuoio. Sono stato lo Sceriffo di Cattolica grazie ad una splendida collaborazione con il sindaco Gianfranco Micucci, negli anni ’90. Cattolica, almeno all’epoca, era una città viva e gioiosa, in cui mi sono sentito a casa. Fare lo Sceriffo per me consisteva nell’infiltrarmi in gruppi di camorristi che si stavano insediando coi loro traffici, in quella bella zona di mare: ne feci arrestare parecchi”.

E c’è un retroscena che molti non sanno…

“Quando arrivò il momento di riconsegnare la spilla di Sceriffo, il sindaco Micucci fece un gioco di prestigio. Io gli diedi la spilla ufficiale, di metallo. Lui ne tirò fuori dalla tasca un`altra di plastica, poi la mise sul tavolo e se la reinfilò in tasca, lasciandomi quella originale. Fu un gesto non solo simbolico ma sostanziale. Il significato era: “Ti lascio la spilla così resterai sempre lo sceriffo di Cattolica”. In realtà dunque, il mio mandato non è scaduto, perchè ho ancora la stella in stile far west originale”.

E come andò invece con i “satanisti”?

“Mi infiltrai tra i “Bambini di Satana”, a Bologna, che avevano a capo Marco Dimitri. Non bisogna confonderli però con le “Bestie di Satana”, che sono gruppi molto piú violenti. Ci fu un episodio in cui ebbi davvero paura. Innanzitutto specifichiamo che questa associazione era composta di persone annoiate, spesso anche detentrici di una posizione sociale rilevante. Organizzarono un’orgia in un parco. Bisognava penetrare a turno una ragazza che era sotto l’effetto di sostanze, probabilmente. Il problema per me era triplice: fare sesso con la ragazza, che era molto in sovrappeso e quindi rischiavo di non riuscirci; stare attento ad uno incappucciato che brandiva una spada proprio dietro alla mia schiena e che mi avrebbe potuto fare a pezzi; inoltre, dietro a un cespuglio era appostato un fotografo e non dovevamo farci scoprire. Nonostante tutto, quando presenziai come testimone al loro processo io ebbi un ruolo non solo da accusatore, ma in qualche modo li scagionai parzialmente. Il Procuratore della Repubblica, infatti, riteneva che ci fossero delle violenze, in quella setta, che io non vidi mai”.

Lazzaro Sant’Andrea sembra un personaggio un po’ fumettistico…

“Infatti lo è. Io ho lavorato anche nel mondo dei fumetti, con Sergio Bonelli. Lazzaro è uno che si rialza sempre e che sembra sparire nel nulla alla fine del romanzo precedente per poi ricomparire in quello successivo. Del resto Lazzaro, (quello originale) è stato il primo zombie della storia. Lazzaro… Lazzarone… è un bel nome. Sant’Andrea, il cognome che ho scelto, è un po’ un contrappeso di bontà. In fondo, il mio alter ego è buono come lo sono io… I miei romanzi sono pieni di ironia, ma c’è un fondo di profonda tristezza e di ricerca del fondo del barile. Descrivo l’umanitá nei suoi slanci di nobiltá d’animo ma anche nelle sue nefandezze”.

Lazzaro, nel suo piccolo, cerca di salvare il mondo…

“In ogni romanzo difendo qualcuno, anche in “La capanna dello zio Rom”. Se non c’è un po’ di solidarietà, di bontà che si oppone al razzismo e alla paura dell’altro, il mondo non ha speranza”.

Siamo a Recanati, la cittá di Leopardi. Tu peró assomigli molto piú ad Ugo Foscolo, che amava molto le donne, viaggiava e affrontava la vita con piú disonvoltura.

“Sì, è così, anche se lo Zibaldone di Leopardi è uno dei libri piú belli tra quelli che ho letto. Citando Lelouch, che giró “Una vita non basta”, io di vite ne ho vissute 50. Sono stato tante persone, ho vissuto le esistenze degli altri. A tratti sono stato solitario e vagabondo, cupo come l’ottimo personaggio dei fumetti Dylan Dog. Io penso che i protagonisti che piacciono sono in genere un po’ bricconi. Non sono necessariamente cattivi, ma veri. La vita và vissuta fino in fondo e il vero peccato è non farlo…”.




Libero

25 AGOSTO 2016



Libero CULTURA 


ALLA SCRIVANIA

Lo scrittore e giornalista milanese Andrea G. Pinketts (1961 ) seduto, come d'abitudine, ai tavolini de «Le Trottoir». 

 

Lazzaro resuscitato dalla gnocca

Lo scrittore milanese racconta la sua disperazione esistenziale e in modo surreale ci spiega come alla fine si può vivere soltanto con una bella ragazza


::: Edoardo montolli ■■■

 

Alla Capanna dello zio Rom non bisogna fidarsi di nessuno. Perché nell’im­maginario locale che dà il titolo all'ultimo noir di Andrea G. Pinketts (Mondadori, pp. 388, euro 19) il Male può indossare i panni di chiunque. Siamo al capitolo nove della saga di Lazzaro Santandrea - l'ulti­mo, giura lui - in un circo di orrori com­messi all'ombra del misterioso Esecutore. E preparatevi a rimescolare ogni vostra cre­denza sul noir. E pure sulla struttura forma­le dei libri. Perché Pinketts interviene nella vicenda del suo alter ego Lazzaro alla stes­sa maniera in cui Stan Lee si presenta nei film della Marvel. Anzi, molto di più. Parla e divaga, trovando proprio nella divagazio­ne la soluzione a ogni enigma. «È un ro­manzo politicamente scorretto, che lo si guardi da destra, da sinistra о dal centro. Diciamo che va letto di sghimbescio».

A Le Trottoir, sulla Darsena di Milano, dove Pinketts scrive tutte le sue opere, sta seduto a un tavolino, toscano in bocca, cappellino e camicia hawaiana. Sempre li ha immaginato il più surreale dei titoli di un noir: «Frequentando quotidianamente romeni, mi ero accorto della grande igno­ranza che circola, anche sui giornali, quan­do si confondono romeni con rom solo perché la radice della parola è identica. Se è per questo è identica anche a romani. La Capanna dello zio Tom non aveva affatto estinto i pregiudizi, anzi. Io invece volevo restituire almeno un'identità ai rom. Ai sinti. Ai rom spagnoli che, peraltro, odiano i rom romeni. Ai romeni che, peraltro, odia­no tutti i rom. In generale raccontando i pregiudizi sui rom che, peraltro, non è mi­ca vero che siano tutti delinquenti». Ma non pensate a un romanzo sul razzismo: «Il razzismo è una cosa superata. Razzisti e anzirazzisti si equivalgono, come credenti ed atei: ammettono l'esistenza о la non esi­stenza di un problema che non conosco­no. Infatti nella Capanna dello zio Rom ci sono pazzi incendiari di campi rom e buonisti che fanno invidia ai peggiori razzisti. Il razzismo esasperato e il buonismo esa­sperato producono orrori perché non ten­gono conto della realtà».

Anche se l'antidoto, almeno nel roman­zo, per non farsi risucchiare dall’odio, esi­ste. È la ragazza di cui si innamora Lazza­ro, una tipa a dir poco strana. Si chiama Ossitocina «come l'ormone dell'amore e dell’empatia». Ed è l'antidoto forse perché si comporta al contrario di come va il mon­do: Lazzaro la vede fuori da un super­market, mentre aspetta che il cane le porti fuori la spesa. Come dire che l'imprevedi­bile è ciò che ci può salvare. E imprevedibi­le è tutta la gang di Lazzaro, personaggi reali che si muovono agevolmente nella Milano di notte, dipingendola in maniera grottesca, come il pittore Giuseppe Vene­ziano. О attraversandola in lungo e in lar­go come Pogo il Dritto, architetto che ha appeso la laurea per diventare taxista. О frugando tra le scorie delle periferie per scrivere inchieste. Come Edoardo Monto­ya, un cronista tarchiato che fuma una si­garetta dietro l'altra e che solo incidental­mente ha una vaga somiglianza con chi scrive. Lazzaro ha dalla sua la curiosità e l'ormai celebre «senso della frase» per risol­vere i misteri, scritti da uno, Pinketts, che Mistero, in tv, l'ha condotto: «Un'esperien­za interessante. Da agnostico mi continuo a stupire della credulità popolare come dell'incredibile. Al Castello di Bernabò Vi­sconti, luogo di leggende nere, ho percepi­to davvero una sensazione di malessere».

Non mi dire che inizi a credere nell'aldilà.

«Sono reduce da un'anestesia totale. Per un certo periodo ho avuto allucinazioni».

Sarà mica la luce in fondo al tunnel?

«No. Sognavo di essere aggredito da ba­stoni da passeggio col muso di anatra. Di­ciamo che sono uscito dal tunnel come un vero gentleman, ossia con un bastone da passeggio».

Lazzaro ha 50 anni. Un po' è acciacca­to quando deve fare una rissa. Ma per scriverne l'ultimo libro sei tornato ra­gazzo tu, quando ti travestivi da clo­chard, da satanista per fare un'inchie­sta giornalistica.

«A Bucarest più volte sono stato ospite al Festival del libro. Ho potuto apprezzare la parte della città che fu una piccola Pari­gi, così come gli orrori architettonici di Ceausescu. E ho pure potuto constatare che molti lo rimpiangono perché all'epoca ave­vano il posto fisso. Ma di sera mi sono ad­dentrato nelle periferie per verificare la leg­genda peggiore che circonda Bucarest. E, dannazione, ho visto che è realtà: davvero ci sono i bambini che sniffano colla viven­do nelle fogne».

Non manca una frecciata ai salotti della tv, dove spesso si discute di omici­di tra uno spot e l'altro.

«Più che altro ce l’ho con la tv del pressapochismo, con la lacrima facile e la finta indignazione».

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Corriere della Sera

22 AGOSTO 2016






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