Copertine, sinossi, incipt, racconti brevi, ricchi premi e cotillons

INCIPT

  Lazzaro, vieni fuori

Per molto tempo sono andato a letto tardi. La differenza tra me e Proust.


·  Il vizio dell'agnello

Il cadavere leggeva il giornale del giorno prima alla pagina degli spettacoli. Gli occhi aperti, sbarrati, erano appiccicati al foglio asciutto sull'erba bagnata.


·  Il senso della frase 

Non so sciare, non so giocare a tennis, nuoto così così, ma ho il "senso della frase".


·  IO, NON IO, NEANCHE LUI 

Amleto aveva torto marcio. Come il regno di Danimarca. Il problema non è “essere o non essere”, il problema è “essere o malessere”. Sembra facile scegliere. Chi è quel fesso che sceglierebbe consapevolmente “malessere”? La cosa si complica. Gli essere (ci risiamo) sensibili provano inevitabilmente il “malessere”. Un disagio orripilante, come avere una murena che divora un pulcino all’interno del tuo stomaco. Dunque l’unico modo per non provare malessere è si “essere”, ma essere qualcun altro.


·  Il conto dell'ultima cena

Cercavamo di ammazzare il tempo prima che il tempo ammazzasse noi. Era una lotta impari. A volte sembrava stecchito proprio un tempo morto, poi improvvisamente, prima del tepore della noia, si rialzava e, con uno scatto da centometrista drogato, passava quasi più veloce delle lancette del mio orologio, che in effetti, come molto Rolex, era in ritardo di cinque minuti.


·  E chi porta le cicogne 

La storia del cavolo non poteva leggere. Come fai a far credere a un bambino di esser nato sotto un cavolo quando poi gli basta mettersi a tavola davanti a un piatto di cavoli (che generalmente gli fanno schifo), sollevare un cavolo con la forchetta e scoprire che sotto non c'è niente?  


·  L'assenza dell'assenzio

Mi svegliai con il viso sprofondato nel pelo pubico di una sconosciuta. Avevo trentacinque anni. Come dire: "Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura...".


·  Il dente del pregiudizio

Non ricordo chi per primo ha detto che gli occhi sono lo specchio dell’anima. Non certo il dentista. Forse un oculista o, male che vada, un ottico molto oculato che crede solo nelle diottrie, le uniche divinità ravvisabili a vista d’occhio.


·  Fuggevole turchese 

Come esci dall'utero te lo mettono nel sedere: è la prassi.


·  Sangue di yogurt 

Ripescarono Nicole nell’Aquarium. I pesci stavano banchettando con lei mentre io me la spassavo con Alice: una meraviglia.
“Togliti i calzoni” disse Alice. Io obbedii. Alice mi piantò un ago nel sedere e mi fece l’iniezione.
Faceva l’infermiera a Beauville.


·  Nonostante Clizia 

La vita è un cortometraggio. Hai voglia di fare un kolossal ma non basta la pellicola.


·  L'ultimo dei neuroni

Arrivo tardi: sono l’Ultimo dei Neuroni. L’ultimo ad arrivare a una festa perché è inelegante presentarsi a una cena quando la padrona di casa non ha ancora finito di spignattare il commestibile o di truccarsi come una bella di giorno. In versione serale. Per rendersi più appetibile.
No io arrivo tardi, quando quei barbari dalle giacche blu si sono già spazzolati tutto il buffet e la donna bianca, che ha ecceduto con l’acqua di fuoco non vede l’ora di farsi definitivamente sbavare via il rossetto da un buon selvaggio.
Arrivo tardi, nella speranza che il genocidio di quelli della mia razza sia già stato consumato dagli ospiti della cena e nessuno avverta la necessità di farmi la festa.


·  Ho fatto giardino    
Un attimo di distrazione per asciugarmi il sudore dalla fronte, e mollai la presa. La carrozzella su cui troneggiava il professor Albert Deveraux, il più bel cervello matematico di Francia e Navarra e le peggiori gambe di Nizza, prese velocità in una discesa ripida alla fine della quale sfrecciavano Ferrari e annaspavano utilitarie, comunque letali in uno scontro frontale.


·   DEPILANDO PILAR 

La pelle è la base. Il pelo è l’altezza.Moltiplicateli tra loro. Prodotto diviso due. Come per il triangolo. Qualcosa di vagamente pubico. Un triangolo sotto i bermuda.

SINOSSI


LAZZARO, VIENI FUORI

Lazzaro, vieni fuori - Anche Andrea G.Pinketts è stato piccolo, Lazzaro no. Era già grande alla sua prima avventura che è una fiaba d'azione. Dove il Bene e il Male si scontrano con il -bene o male- e ne escono sconfitti. Quando i cani latrano ed i maiali abbaiano, quando i nani e i giganti si incontrano nello stesso piccolo paese, allora è il caso che Lazzaro Santandrea intervenga. Fra Peter Pan e il mostro di Firenze, fra Mary Poppins e Mary Riley, fra pedofili e cinefili, fra Swift e Swing, la genesi della letteratura pinkettsiana. LA GENESI QUANDO: 1/11/1984 - DOVE: Milano, tra il Magia Music Meeting di via Salutati ed il White Bear di via Vincenzo Monti PUBBLICATO: giugno 1992



Il vizio dell'agnello - Lazzaro Santandrea, sotto lo pseudonimo di Dottor Totem, specialista in tabù, riceve nel suo studio una varia umanità che lo crede cartomante, sessuologo, pranoterapeuta. In realtà lui, picaresco e freudiano quasi trentenne, attende la propria nemesi. Gli si presenta sotto forma di due novantenni di sconvolgente bellezza, i quali gli rivelano che la propria bambina, Branka, dopo aver vinto un premio di bontà, è diventata -una carogna pazzesca-: avvelena i piccioni in piazza del Duomo. Lazzaro, attribuendo alla tarda età dei genitori i problemi della piccola, chiede di vederla. Branka gli si presenta tutta Barbie e boccoli ma depositaria di un atroce segreto. Stanca di avvelenare piccioni, punta a una vittima più gustosa: l'uomo. Branka ha il vizio dell'agnello, sordido, nascosto: quello della vittima sacrificale ma...con le zanne. Una Milano allucinata dei tardi anni ottanta è lo scenario in cui si muovono Lazzaro e la sua corte dei miracoli. LA GENESI - QUANDO: 1/11/1988 - DOVE: Milano, tra il Bar Magenta (c.so Magenta ang. v.Carducci), il White Bear (v.Vincenzo Monti), il bar Socrate (v.Festa del Perdono) e casa di AGP. PUBBLICATO: aprile 1994



IL SENSO DELLA FRASE

Il senso della frase - Caro Pinketts, mio caro giovane pazzo amico, quanto sei bravo. Sei così bravo che mi metti soggezione. Hemingway diceva: -Si impara a scrivere scrivendo-. E poi, si impara a scrivere vivendo - come fai tu. Non smettere mai, nè di scrivere, nè soprattutto di -vivere-. Dio ti protegga. (Fernanda Pivano).Senza dubbio Fernanda Pivano non mente, ma a mentire è sicuramente Niki, una bugiarda patologica dal naso a becco che si aggira tra le modelle del White Bear. Passa qualche anno e Niki scompare. Lazzaro Santandrea, eroe immaturo, cavaliere con molte macchie e con qualche paura, ascolta per caso una ragazzina raccontare le stesse eccitanti menzogne che raccontava Niki. Il furto di bugia è il reato più grave - peggio dell'omicidio - giacchè la menzogna è l'unica cosa che appartiene veramente all'uomo, in quanto la -costruisce- lui. Armato del -senso della frase- - unico antidoto al vizio dell'agnello - e accompagnato da taxisti psicopatici e attori falliti, Lazzaro si mette sulle tracce di Niki, non per arrivare alla verità ma per ritrovare la bugia. Cappuccetti rossi in fuga, paralitici massacrati, babbi natale armati di revolver sono le marionette perverse che si agitano nella Milano di Pinketts, uno straordinario teatro metropolitano degli errori e degli orrori. LA GENESI - QUANDO: 1/11/1990 - DOVE: A Milano, tra il Bar Magenta (c.so Magenta ang. V. Carducci), il Bar Royce (gall.Europa), il Bar Tre Gazzelle (c.so Vittorio Emanuele) e il WhiteBear (v.Vincenzo Monti) PUBBLICATO: maggio 1995



IO, NON IO, NEANCHE LUI

Io, non io, neanche lui - Che cos'è la terapia psicanalitica se non un racconto, un racconto infinito? Andrea G.Pinketts ce lo dimostra lasciandoci assistere agli incontri con la dottoressa B., analista transazionale. Invece di Edipi, traumi e scene primarie, invece di madri e di padri, ci vengono incontro nani, serial killer, premi nobel affamati, licantropi, vedove malandrine e golem assassini: il fantastico caravanserraglio della mitologia pinkettsiana. Romanzo di racconti, Io, non io, neanche lui aggiunge un tassello decisivo al mosaico metropolitano di un autore che dissemina i suoi virus narrativi di disperata comicità con gioiosa determinazione, lasciandosi contaminare volentieri da febbre -gialla-, delirio satirico, infezioni horror. LA GENESI - QUANDO: I racconti durante tutta la vita di AGP, il fil rouge a gennaio 1996 - DOVE: A Milano, Le Trottoir di C.so Garibaldi -PUBBLICATO: aprile 1996



IL CONTO DELL'ULTIMA CENA

Il conto dell'ultima cena - In questo romanzo di Andrea G.Pinketts ritroviamo Lazzaro Santandrea, alter ego dell'autore, e il suo seguito di personaggi. Il protagonista (trentatreenne folgorato dalla constatazione che tutti i giusti, da Gesù Cristo a John Belushi, sono morti alla sua età) è un profano che lotta contro il sacro pur subendone il fascino. Un giorno gli appare la Madonna, il che lo stupisce molto, perchè di solito la Signora si presenta alle pastorelle ignoranti. Da questo incontro nasce una serie di eventi tra il tragico e il grottesco che conducono Lazzaro a rendersi conto che l'Apparizione è tutt'altro che un buon segno. In una fine secolo che ha bisogno di valori, forse perfino di apparizioni vere e false, Lazzaro, pur non essendo uno stinco di santo, si trova a fronteggiare baci di Giuda, personalissime vie crucis, miracoli, efferati delitti. In pratica, se è vero che Gesù Cristo morendo ha pagato per tutti noi, Lazzaro si chiede chi alla fine dell'Ultima Cena abbia dimenticato di pagare il conto. Fra i tanti miracoli veri e falsi raccontati in questa storia, l'unico certo è il talento di Pinketts, che si è imposto all'attenzione con la sua creatività irresistibile, le sue metafore imprevedibili, i giochi di parole sofisticati, i personaggi bizzarri, nani, giganti, orchi e principesse, sempre usate per insistere su quanto sia sottile la linea di confine tra metafora e realtà. Queste pagine che si svolgono in un fuoco d'artificio di idee, di trovate, di virtuosismi, di humour, di ironia, di paradossi, in azioni sempre fuori di qualsiasi logica, da qualsiasi legge di tempo e di spazio, fanno di lui un vero scrittore postmoderno. Non c'è dubbio che Andrea G.Pinketts sia capace di dominare la prosa in un poliedrico gioco di tecniche. E, se me lo permettete, secondo me è un grande scrittore e siamo in molti a sperare che ci dia altri libri densi della sua vitalità, della sua immaginazione, della sua creatività.(Fernanda Pivano). LA GENESI - QUANDO: 1/11/1993 - DOVE: A Milano, tra il Boulevard Cafè, le Trottoir e il Bar Il Teatro, tutti in corso Garibaldi - PUBBLICATO: aprile 1998





RACCONTI BREVI

Mamma da bagno


Sono nato col parto cesareo, ragion per cui al mio debutto sul palcoscenico della clinica "La Madonnina" ho inferto ventitré coltellate a mia madre. Ho dato a Cesare quel che era di Cesare. Sono stato un Bruto. Solo che mia madre non era Cesare e se e per questo neanche la Madonnina per quanto starebbe benissimo verniciata d'oro, sul Duomo.
E ci sta sotto il cielo a guardarmi con orgoglio e apprensione quando scrivo sul tavolino di un bar all'aperto, quando attraverso una strada con il semaforo giallo. Disperata, quando passo col rosso. Eppure è una donna allegra.
Canticchia in cucina, felice della mia fèlicità nella vasca da bagno. Sa benissimo che, quando ne uscirò, nudo come ai vecchi tempi della Madonnina, lascerò fuoriuscire l'acqua, allagando la stanza per raggiungere l'accappatoio. Sa benissimo che gli inquilini del piano di sotto protesteranno per le infiltrazioni sul loro soffitto. Ma egualmente è contenta.
Perché quell'accappatoio firmato di spugna gialla me l'ha regalato lei scegliendolo tra decine in modo che fosse intonato alle sfumature del colore dei miei occhi. Mia madre è colorata senza essere di colore. Come i suoi cappotti sgargianti, i suoi turbanti alla Valentina Cortese con cui affronta la passerella dei negozi di alimentari per scegliermi i bocconi migliori , scortata da Benvenuto, un cane di purissima razza bastardina, praticamente mio fratello. Ho preso parecchio da lei, oltre alla vita. La cultura teatrale e il temperamento.
I nostri litigi sono tragedie greche; col colpo di scena del lieto fine. Viviamo insieme, nonostante io sia più di primissimo pelo. Ma non siamo una coppia affiatata: siamo una coppia con molto fiato. Lo può testimoniare tutto il condominio: esplodiamo. Ma non sono bombe, solo fuochi d'artificio.
Poi, passato il dolore delle ventitré pugnalate nella coazione a ripetere il vecchio parto cesareo, torna il sereno. Mia madre riprende a "aspettarmi" come ha fatto durante i nove mesi della gravidanza. Solo che adesso mi aspetta a casa.
In modo che l'accappatoio giallo sia pronto ad accogliermi ogni volta che esco da una vasca in cui sguazzo quotidianamente nel liquido amniotico.



Sigaro tu, sigaro io


Le stagioni se ne vanno e poi ritornano con gli interessi. O per interesse. Come amori malati o amicizie in coma.
Marina mi aveva lasciato: Non era più primavera. Era un'anguilla che mi sentivo dentro. Un'anguilla che giocava a srotolare il mio interstino per strapparmi una smorfia o una lacrima.
Il cartellone annunciava un recital del Califfo. Califfo era un amico. Sorrideva dal manifesto con un sorriso da lupo in fabula. E sia la favola che la foto risalivano a qualche anno prima. Come la nostra amicizia.
Mancavano due larghe ore all'inizio dello spettacolo e così guadagnai l'entrata del teatro. C'erano nell'atrio sei uomini in doppiopetto blu, alti uguali e pettinati uguali. Andavano dai venticinque ai trentatre anni. A occhio e croce. Venticinque a occhio, trentatre a croce. Erano la corte del Califfo, un po' segretari, un po' accompagnatori.
Qualcuno ti deve accompagnare al successo perché tu non ti trovi solo con lui. Senza Marina, ad esempio.
Gli uomini in blu mi riconobbero e mi porsero le mani da stringere. "Il Califfo è andato al bar a farsi una birra. Vai pure ad aspettarlo in camerino" dissero i sei. "Grazie, grazie, grazie, grazie, grazie, grazie" dissi io. Mi incamminai verso il camerino del teatro.
C'era un lungo fitto corridoio nero che mi separava dalla piccola stanza dei complimenti. Lo percorsi a grandi passi perché l'anguilla nel mio stomaco non mi mordesse nel buio. Una sagoma con gli occhi sbarrati mi si parò davanti. Uno specchio. Un'altra sagoma mi si parò dietro. Un amico.
"Ciao". "Ciao Califfo. Mi hai fatto paura". Sorrise. L'anguilla si calmò. Califfo aveva qualche ruga in più che sul cartellone. Ma almeno non era di carta. Aveva una sua bellezza ammaccata da angelo caduto che nella sua caduta ha picchiato il naso. Aveva avuto un'avventura giudiziaria e gli avevo mandato un paio di telegrammi. "Sei stato gentile a mandarmi i telegrammi quando ero dentro". "Figurati. Chissà quanti ne avrai ricevuti". "Sì, però i tuoi erano gli unici in rima".
Ridemmo insieme e l'anguilla morì. Entrammo contemporaneamente nel camerino. Fu come tagliare un traguardo in due. Il camerino era lì. Nudo, ma senza ipocrisie. Non era nè il palcoscenico del teatro dove recitava Califfo, nè la vita dove recitavo io.
Il Califfo strappò due lattine di birra e me ne porse una. "Come ti va, allora?" "Bene. E a te?" "Bene". Ridemmo ancora. Non andava abbastanza bene per nessuno dei due. "E... dì, Califfo e qualla mora che ti mandava i fiori?" "Non me ne manda più. Ha lasciato il marito, quello che faceva il fiorista. E tu, fai sempre le inchieste per conto del senatore? "Figurati. Il tempo passa. Sto facendo un'inchiesta 'sul' senatore". Brindisi di lattine vuote. Due voci che si accordavano per un concerto sull'amicizia. L'unica cosa che ti resta quando capisci che da solo non ti basti. Forse perché sei di troppo.
"Come mai ti tieni sempre intorno quei segretari vestiti di blu?" Mi indicò la sua giacca blu: "Metti che si macchi!" "Coi processi, come sei messo?" "Cosa vuoi. Ne ho ancora un paio, ma le accuse sono cadute". Non eravamo, nessuno dei due, uno stinco di santo. Ma eravamo rimasti innocenti. Come bambini. Quei bambini dispettosi che danno i calci negli stinchi di santo...
Eravamo soli, ognuno con i suoi ricordi, come due animali di una specie in via di estinzione che, essendo dello stesso sesso, non possono riprodursi. No. Non soli. In un angolo meno illuminato del camerino spuntava qualcosa. Un piede. Una gamba. Una coscia... "E' una donna" constatò Califfo. Aveva seguito il mio sguardo. Era una donna nuda, con biondi capelli. Sdraiata, immobile, bella. Morta. Non eravamo più soli.
L'anguilla mi morse a tradimento. "Chi è, Califfo?" "E che ne so. Prima non c'era". Ci inginocchiammo vicino al cadavere. Califfo le scostò i capelli biondi che le coprivano parte del viso. "Marina!"gridai. L'anguilla impazzì. "Ah, la conosci!?" disse Califfo scaricandomi la responsabilità del cadavere. "Sì la conosco. E con questo? Vuoi che te la presenti? Che cavolo ci fa Marina morta nel tuo camerino?" "Non ne so niente. Manco la cosnoscevo. Forse voleva un autografo". "Nuda? Non era da lei. Ci metteva delle ore a scegliere cosa mettersi". "Senti amico. Questa, mezz'ora fa non c'era. Non penserai che l'abbia ammazzata io e poi abbia recitato, qui con te, la commedia - come eravamo - con un... cadavere?" "Si chiamava Marina" ruggii, "e l'amavo... credo".
Califfo mi guardò nello stesso esatto modo in cui lo avevao guardato poco prima. "Ehi Califfo, non penserai che l'abbia ammazzata io. Poi l'abbia spogliata e protata nel tuo camerino a fare conversazione?" No. Non eravamo più soli. C'era il sospetto reciproco che serpeggiava tra noi. Adesso c'erano due anguille da ammazzare per tornare amici. Da ammazzare come Marina. Due anguille marine, non da fiume. "E' strano come certi momenti ti vengano in mente certe stronzate".
"Chiamiamo la polizia?" dissi temendo di sentire un suo - no - che avrebbe pompato il sospetto. "No..." disse, "se ti beccano con la tua ex fidanzata diventata cadavere ti arrestano subito". Era generoso, Califfo. "Okay Califfo. Comunque dobbiamo fare qualcosa". "Che ne dici di farci prestare una giacca blu dai tuoi segretari". Mancava solo un'ora allo spettacolo.
Un'ora in cui decidere se mi fidavo di Califfo e se lui, sempre che non fosse colpevole, si fidava di me. Un'ora, prima che arrivasse qualcuno per cui Marina era solo un cadavere e non una nuda amicizia vacillante. "Sai, non me ne frega niente se l'hai uccisa. Però potresti dirmelo. Sennò come faccio ad aiutarti". "Coooosa! Califfo! A te non tene frega niente se IO l'ho uccisa. Grazie della fiducia. E se io ti dicessi che anche se l'ho amata non me ne frega niente che TU l'abbia uccisa purché me lo dica?" Califfo mi afferrò per la giacca. "Ma se io manco la conoscevo 'sta qui!" Mi liberai con uno strattone e lo presi alla gola. "Si chiamava Marina... non - 'sta qui - "gridai. Poi allentai la stretta.
Tutto da rifare. "Senti, dobbiamo chiamare qualcuno e farci aiutare a sbarazzarci del cadavere. Chiamo i tuoi segretari?" "E tu ti fideresti? In fondo non sono amici. Sì, mi stanno vicino perché li pago. Si augurano che abbia successo perché possa continuare a pagarli, ma... amici? Non ci giurerei. Mi stanno intorno. Ecco tutto. Mi chiedono se ho bisogno di qualcosa, se voglio bere... corrono a prendermelo e magari si augurano che mi vada di traverso. Il successo è duro da digerire e da far digerire. E se chiamassimo il senatore, il tuo ex principale per il quale facevi le inchieste? Lui ha il pelo sullo stomaco e potrebbe darci una mano".
"Hai detto bene, Califfo: ex principale. Sto facendo un'inchiesta sul senatore, il mio ex principale, per scoprire come si è fatto crescere tutto quel pelo sullo stomaco. Il senatore mi vedrebbe volentieri al posto di Marina... lì... morto, per terra. E senza fiori al funerale... fiori... certo Califfo... fiori... Ma... sento Califfo, la tua ex donna... la moglie del fiorista... lei... forse... ci potrebbe procurare un alibi... un..." "Un bouquet di crisantemi. Ha lasciato suo marito e me contemporaneamente. Diceva che non eravamo - fedeli - !! Figurati che dopo tutti i fiori che mi ha mandato l'ultima cosa che mi ha spedito è stato il conto". Ridemmo tutti e due. Perché eravamo disperati con il cadavere di Marina e nient'altro.
Nessuno su cui poter contare. Veramente soli, anche se in due. Fianlmente soli. Sì, finalmente soli perché nuovamente amici. Califfo frugò nel ripostiglio e trovò una cassetta per gli attrezzi. C'era anche una sega.
La prendemmo e un po' per uno segammo Marina e le nostre reciproche diffidenze. Fu un lavoro duro ma non molto lungo: Marina ci aveva sempre tenuto alla linea. Ne raccogliemmo i resti e li infilammo in una delle valigie di Califfo. La polizia irruppe nel camerino in quel momento. Erano stati avvertiti da una telefonata anonima. Perquisirono il camerino e aprirono la borsa di Califfo. "Si chimava Marina" dicemmo io e Califfo contemporaneamente. Ci blindarono, ammanettarono e condussero verso un cellulare. Passammo ache nella hall del teatro.
C'erano i sei segretari in blu, l'ex moglie di un fiorista e un senatore sotto inchiesta. Sorridevano tutti sotto i baffi, soddisfatti. Chi era stato ad uccidere Marina e ad usarla contro di noi? Tutti quanti? Uno solo di loro? E chi? Non eravamo stati ne' io ne' Califfo. Non importa ne' chi è morto ne' chi è vivo. Importa, ciò che conta, chi resterà a vivere. E come. Io e Califfo eravamo rimasti amici pur credendoci colpevoli l'un l'altro. Questo contava.

Salimmo sul cellulare. "Vedrai che alla fine scopriranno che è stato uno di loro". "Certo. Ho fiducia nella giustizia... e sai, per caso, quanti anni danno per occultamento di cadavere?" Riuscii a convincere i poliziotti a farci fumare. Presi dalla tasca della giacca due sigari e ne prosi uno a Califfo. Ce li fumammo insieme. Pensosi e sorridenti. Sigaro tu. Sigaro io. 

RICCHI PREMI E COTILLONS

1984 Mystfest di Cattolica col racconto "Ah sì? E io lo dico a Pinketts!"

1989 Mystfest di Cattolica col racconto "Il punto di vista del licantropo"

1990 Mystfest di Cattolica col racconto "E l'anatra diventò farfalla"

1991 "Una remington sulla strada" per il miglior giornalista investigativo italiano

1992 Premio "Blockbuster" col racconto "Caccia grossa per le Sguinzi sisters"

1995 Noir in Festival di Courmayeur col romanzo "Il senso della frase"

1996 Prima edizione Premio Scerbanenco di Lignano Sabbiadoro col racconto "Come dire fischia"

1997 Premio "Rancho comancho" a Tabiano terme col romanzo "Lazzaro, vieni fuori"

1999 Noir in Campione a Campione d'Italia col romanzo "L'assenza dell'assenzio"

2001 Premio "Le ali di Giorgio - la continuità di Scerbanenco" col romanzo "Fuggevole turchese"

2001 Premio "Torre di Castruccio" a Massa Carrara col romanzo "Fuggevole turchese"

2002 Premio "Le ali di Giorgio - la continuità di Scerbanenco" (seconda edizione) col romanzo "Sangue di yogurt"

2003 Premio "Priapo d'oro" a Siracusa nell'ambito della rassegna "Giallo Mediterraneo" col romanzo "Nonostante Clizia"

2006 Premio "Giovane lettura" a Pagani (SA)

2006 Premio internazionale "Le muse" a Firenze - quarantunesima edizione - nel simbolo della MUSA TALIA

2006 Medaglia d'onore dell'Assemblée Nationale de la Rèpublique Française per meriti artistici e culturali


E...